David Mackenzie: “Hell Or High Water” (2016) – di Claudio Trezzani

Per chi non lo sapesse, dal 2005, ad Hollywood, esiste una Black List delle sceneggiature più apprezzate dagli addetti ai lavori ma non ancora prodotte. Ecco, da questa lista sono usciti finora ben quattrro Premi Oscar:
The Millionaire” del 2008, “Il Discorso del Re” del 2010, “Argo” del 2012 e “Il Caso Spotlight” del 2016
Nel 2012 lo scrittore Taylor Sheridan (autore anche dell’ottimo script  “Sicario” di Denis Villeneuve) inserì in questa lista una sceneggiatura dal titolo Comancheria. Dopo quattro lunghi anni finalmente, grazie al regista inglese David Mackenzie, la splendida storia è diventata finalmente un film dopo aver cambiato nome in “Hell Or High Water”Ingiustamente relegato fuori dai circuiti della distribuzione cinematografica di massa, è stato giustamente protagonista al Festival di Cannes e, grazie alla piattaforma Netflix, distribuito anche nel nostro paese. La migliore definizione per questo film, che un po’ ne riassume le tematiche, la fotografia, lo sfondo ma anche la storia è “western moderno” ed infatti è ambientato nello stato americano che nell’immaginario collettivo più viene associato a questo genere: il TexasLa storia è quella di due fratelli, Toby e Tanner, profondamente diversi, l’uno ex-galeotto che non fa nulla per rimanere ex e l’altro padre ed ex-marito che da sempre combatte con il “germe” della povertà che da generazioni devasta la sua famiglia. Assieme compieranno rapine, apparentemente “inutili” per il rapporto rischio e guadagno, sempre nelle filiali della stessa banca, braccati da un Texas Ranger che li vedrà come l’ultimo “lavoro” prima della meritata pensione. La perfetta caratterizzazione dei personaggi e la scelta dell’ambientazione sono il punto di forza del film. I due fratelli, l’uno ribelle che è arrivato ad uccidere il padre per proteggersi e l’altro che preferisce sempre ragionare prima di agire, sono uniti più che mai dalla sete di vendetta verso quella banca che si scoprirà aver strangolato la vita della madre e che ora reclama la proprietà della loro terra e del loro ranch. Una storia di legami familiari difficili ma forti, del tentativo ultimo di regalare ai propri figli un futuro roseo grazie anche al petrolio, suo malgrado protagonista in questa parte d’America nel bene e nel male. Il fallimento del sogno americano qui è al suo culmine: una terra dura e in decadenza quella del West Texas dove tutto è piatto e il tempo sembra essersi fermato, dove nei piccoli paesi esistono solo diner rimasti con menu identici da oltre quarant’anni e minuscole filiali di banche, quelle stesse banche che stanno fagocitando tutto quanto. Niente sviluppo, niente grattacieli, l’unico bagliore di “progresso” è un casinò, emblema del sogno effimero di soldi faciliQui entra in gioco chi viene da un’epoca ormai perduta di onore e giustizia, quel Texas Ranger stanco, imbolsito da questa triste realtà che vedrà in questo ultimo caso una sorta di uscita di scena gloriosa e un degno passaggio di consegne al suo collega “mezzosangue”, contro il quale usa vecchie battute ironicamente razziste, retaggio delle note cattive tradizioni del profondo sud americano, un po’ come le armi nella fondina e pronte all’uso di un qualsiasi vecchietto in banca. Un film che nonostante un andamento lento, fra polvere e strade solitarie e una tristezza che serpeggia sottotraccia, appassiona anche grazie alla scelta degli attori (oseremmo dire) perfetta: Jeff Bridges fantastico nella parte del Ranger, con quella sua voce roca e borbottante ma, soprattutto, Ben Foster e uno straordinario Chris Pine, nei panni dei due fratelli. A quest’ultimo di sicuro va la palma di migliore interpretazione del film ma anche della sua intera carriera. Citazione finale per la colonna sonora curata da Nick Cave che diventa un tutt’uno con il paesaggio western texano; musiche d’altri tempi che avrebbero fatto la felicità del nostro Sergio Leone. La scelta delle canzoni non composte esplicitamente per il film poi è da applausi, citiamo per brevità solo due autori delle stesse che sono il simbolo del Texas più vero : Townes Van Zandt e Ray Wylie Hubbard. Dopo aver visto questo splendido film, consigliamo vivamente l’ascolto della stupefacente colonna sonora nella sua interezza, non ve ne pentirete. 
Una pellicola che per la sua qualità di sicuro avrebbe meritato ben altri passaggi cinematografici e riconoscimenti internazionali ma, statene certi, negli anni diventerà un film cult per gli appassionati del cinema d’autore americano. Buona visione.

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