David Gilmour: “Live at Pompeii” (2017) – di Claudio Trezzani

Cosa si può dire della carriera di uno dei più grandi musicisti di sempre? Uno che ha scritto talmente tante pagine immortali nella storia dell’arte che sarebbe noioso starle a ripetere qui; ecco, aggiungete all’elenco un fatto che storico è dir poco: David Gilmour è anche il primo uomo a tenere uno spettacolo (e che spettacolo!) davanti ad un pubblico nell’Anfiteatro di Pompei dopo oltre duemila anni. Qui parla la storia più che la musica. Limitarsi all’ascolto di questo fantastico concerto, è riduttivo, consigliamo anche la visione del film: un’esperienza visiva ed emozionale che chi ha avuto la fortuna di vedere al cinema può confermare sia stata ancora più incredibile. Aggiungete l’accorata partecipazione della folla italiana, che conscia di essere parte di un evento che resterà scolpito nella memoria del mondo, dà anch’essa il meglio di sé. La scaletta del concerto è composta da un mix di pezzi del chitarrista britannico dei suoi ultimi lavori solisti e dei Pink Floyd, dei quali non manca nessuno dei classici che il pubblico accorso s’aspetta. Classe è la parola che ci viene in mente quando sentiamo il suono della chitarra di Gilmour ed è la stessa esclamazione che ci viene al cospetto della sua formidabile band di supporto, fra i quali spicca la tastiera magica di Chuck Leavell. La prima scossa al pubblico viene assestata con la title-track dell’ultimo splendido lavoro del chitarrista, Rattle That Lock, un’esecuzione perfetta, un suono cristallino e la voce di Gilmour è ancora sugli scudi; il tempo l’ha ovviamente scalfita ma in compenso le ha donato maggior carattere. Una canzone splendida seguita dalla altrettanto bella Faces Of Stone, sempre dal medesimo disco: due pezzi che non sfigurano affatto nel confronto di tali classici. Il pubblico attende quei pezzi che con la loro magia hanno accompagnato le nostre vite e non viene deluso… l’esecuzione di Wish You Were Here è da brividi veri così come quella di The Great Gig In The Sky, con la magica aura del Vesuvio che veglia alle spalle del gioco di luci dal palco e la successiva Money non è da meno. Pelle d’oca. Il live scorre quasi troppo veloce, lo si vorrebbe fermare in attimi eterni come sulla leggendaria Shine On You Crazy Diamond e, i ricordi vanno al passato, a chi non c’è più ma ha dato un’impronta decisiva al suono e alle idee dei Floyd. Meraviglioso il ripescaggio da un passato lontano (Atom Heart Mother” 1970) di Fat Old Sun, un pezzo emozionante così come lo stupendo assolo di Gilmour. L’evento arriva alla fine ma se pensate che le emozioni vanno scemando sbagliate e alla grande. L’epilogo vale da solo tutto il concerto… è quel pezzo che tutti aspettano, il brano che forse più di tutti viene ricordato come il capolavoro assoluto dei Pink Floyd: Comfortably Numb e l’attesa non è vana. Un’esecuzione da far saltare sulla sedia anche il fan più avvezzo, e poi ecco l’assolo. Signori siamo di fronte a minuti di arte pura, un suono che sgorga come una cascata emozionante ed elettrizzante. Il pubblico quasi trattiene il fiato e anche la Band sembra presa da un misto di stupore ed orgoglio nell’essere lì, a fianco di uno dei chitarristi più influenti della storia, che ancora una volta suona all’altezza della sua fama immortale. Il mezzo voto in meno è per la confezione del cofanetto: un concerto così andava venduto assieme al dvd/blu-ray. La parte visiva e quella sonora dovevano viaggiare assieme, non solo nel lussuoso cofanetto contenente le due versioni video e quella audio. Peccato.

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