David Cross Band: “Sign Of The Crow” (2017) – di Maurizio Garatti

Pochi giorni fa, al Salone Internazionale della Musica svoltosi nella bella sede di Erba, ho avuto modo di ascoltare dal vivo la David Cross Band, affiancata da uno strepitoso David Jackson, e ho potuto constatare di persona quanto sia ancora elevato il livello qualitativo della musica dell’ex violinista dei King Crimson nella loro seconda fase. David Cross ha contribuito alla creazione di Album come “Lark’s Tongues In Aspic” (1973) e “Starless And Bible Black” (1974), assieme a musicisti del calibro di Fripp, Wetton, Bruford e Muir, connotando in modo essenziale il suono del gruppo con le acrobazie lisergiche del suo violino. Evidentemente il fuoco è ancora acceso, visto che a distanza di quaranta anni ci troviamo catapultati nel ribollente magma sonoro che caratterizzava quel periodo, con una vitalità e una freschezza molto distanti dai pur validi gruppi che animano l’attuale scena Progressive. A sessantanove anni, David tira le fila della sua grandezza e pubblica un disco raffinato e al contempo vibrante, per certi versi hard, ma con un cuore puramente Prog. Assieme a Jinia Wilde (voce), Mick Paul (basso), Paul Clark (chitarra), Craig Bundel (batteria) e Alex Hall (tastiere), David Cross rende omaggio alla grandezza del Re Cremisi, distaccandosi tuttavia da certe soluzioni ovvie per cercare una strada tutta sua, trovando il bandolo della matassa proprio tra le pieghe più intime e personali della propria proposta musicale. Sono sufficienti i cinque minuti iniziali di Starfall, per entrare subito dalla porta principale nel duro e ordinato caos sonoro della Band: volutamente hard, il brano è un chiaro esempio di come avrebbe potuto evolversi il suono dei Crimson in mano a David. Un inizio intenso come accade raramente, che lascia presagire il meglio. La seguente Sign of the Crow prosegue in effetti il discorso in modo encomiabile con sonorità a tratti decisamente pesanti e riffs martellanti, ai quali però si aggiungono violino e tastiere a creare una tensione che sfocia prepotentemente in una pagina esemplare di Prog: sette minuti di elegante delirio con strumenti perfettamente bilanciati e nulla lasciato al caso. Tralasciando la pur valida e sincopata Crowd Surfing, eccoci alla lunga The Pool, suggestivo brano che inizia in modo molto classico, quasi romantico, con un tappeto di tastiere a sostenere la voce, doppiato poi dalla splendida presenza della chitarra acustica: un inizio evocativo che si apre a un suono ritmato e melodico, vero e proprio spartiacque tra una Band che ha i numeri e una scena attuale distante anni luce. Il solo duetto chitarra elettrica/tastiere con seguente violino vale quanto molti album attualmente proposti. Raintwist riporta il disco entro canoni più hard, senza tuttavia perdere il feeling con la linea melodica che è la cifra stilistica della Band; come del resto la seguente Spiderboy, in grado di mostrare le eccelse qualità dei musicisti, perfettamente coesi a creare un muro sonoro inframezzato da stacchi complessi e coinvolgenti. Siamo all’interno di un vortice temporale, che crea un passaggio tra questo nuovo millennio e il clamoroso inizio degli anni settanta, con continue contaminazioni tra due mondi ormai lontani. Dopo le pregevoli Mumbo Jumbo e Water on The Flames, i nove minuti abbondanti della splendida e conclusiva Rain Rain ci confermano che il patto contratto all’inizio dell’ascolto tra musicisti e pubblico è stato rispettato: “Sign of the Crow” (distribuito in italia dalla benemerita Black Widow Records) è un grande Album, e il nostro cuore ha ripreso a pulsare al dinoccolato ritmo del Progressive.

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