David Crosby: “Lighthouse” (2016) – di Fabrizio Medori

David Crosby, personaggio a dir poco irrequieto, è riuscito, nella sua movimentatissima vita, a percorrere una carriera musicale straordinaria, a ricevere amore e aiuto da un incredibile numero di amici e colleghi, ma ha anche avuto il coraggio di dire, a volte in maniera brutale, tutto quello che pensava. Dopo più di quarant’anni di vera e propria fratellanza ha sparato a zero su Neil Young e ha portato Graham Nash a dichiarare che lui non avrà mai più a che fare con Crosby. In questo lunghissimo ed avventuroso viaggio non ha mai trovato un approdo sicuro e definitivo, al massimo, da appassionato ed esperto marinaio, ha cercato un faro, un’isoletta che fungesse da punto di riferimento, per poi continuare a navigare, libero, sull’oceano. A soli due anni dal precedente lavoro, “Croz”, che ci aveva già fatto ben sperare per il suo sempre precario stato di salute psico-fisica, esce di nuovo sul mercato con un inaspettato lavoro, “Lighthouse” (che significa, infatti, faro), nel quale  l’ispirazione e la delicata vena poetica sono esaltate da arrangiamenti ridotti all’essenziale. La maggior parte dei brani è realizzato con il solo utilizzo di chitarra acustica e voce, con rari utilizzi delle armonie vocali ed ancora più rari interventi di organo e chitarra elettrica. Crosby, che ha molto intensificato la sua attività live, ha dichiarato di essere molto orgoglioso dei suoi continui esperimenti con la chitarra, che lo hanno portato alla scoperta di sonorità mai utilizzate precedentemente, grazie all’utilizzo di accordature inedite. Sicuramente non ci si può aspettare una rivoluzione musicale da uno che ha caratterizzato una grandissima parte del rock americano, nei suoi cinquant’anni abbondanti di carriera, e non la avrete; ma il disco suona, trasporta ed emoziona.
Il suo punto di forza sono le canzoni, e la produzione di Michael League è così geniale da proporcele senza inutili appesantimenti. Un bell’arrangiamento può sicuramente rendere più facilmente ascoltabile una canzone, può tenere viva l’attenzione dell’ascoltatore attraverso trucchi e trovate, ma se un brano musicale è bello, si percepisce ancora più facilmente attraverso un arrangiamento scarno ed essenziale.
La voce, nonostante l’età e le battaglie combattute, è ancora calda ed evocativa, capace di dispensare emozioni e sogni. Il disco si apre con Things We Do For Love, ancora legata allo stile produttivo del passato più recente, e stenta a decollare. The Us Below, invece, ci proietta nel mondo senza tempo della West Coast, così come i brani seguenti: in particolare Somebody Other Than You e la (moderatamente) ritmata The City e Paint You A Picture, forse il momento più elevato di tutto il disco. Il vecchio Leone (marino) è ancora tra noi e ha nuove e belle storie da raccontare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

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