David Cronenberg: “Spider” (2002) – di Dario Lopez

Alterazioni, ibridazioni, connubi spuri, violazioni; tutte sfaccettature di un’invasività che David Cronenberg continua ad analizzare nei suoi film, con riferimento a volte al corpo, a volte alla mente dell’uomo (o degli uomini, al plurale, come in “Inseparabili” per esempio). Dopo aver chiuso il millennio con due pellicole in cui la carne era elemento predominate (“Crash” del 1996 ed eXistenZ del 1999), il regista canadese si affaccia agli anni duemila scandagliando questa volta la mente del suo protagonista, il signor Dennis Cleg (Ralph Fiennes), uomo con evidenti problemi psichiatrici che viene ospitato in una struttura di recupero della suburbia degradata londinese gestita dalla signora Wilkinson (Miranda Richardson). Basato su un racconto dello scrittore Patrick McGrath, qui anche sceneggiatore, “Spider” non presenta elementi orrorifici cari al regista, ma si muove piuttosto sui binari del thriller psicologico con ottimi risultati, dettati anche dalle interpretazioni superbe dei due attori protagonisti: Ralph Fiennes e Miranda Richardson. L’attore inglese va a ritagliarsi un posto al sole all’interno del club di interpreti che hanno lasciato il segno portando sullo schermo qualche tipo di disabilità o follia (vera o presunta che fosse): pensiamo al Dustin Hoffmann di “Rain Man”, a Edward Norton in “The score”, al Jack Nicholson di “Shining” o, andando indietro nel tempo, ad Anne Bancroft in Anna dei miracoli” (e sono solo i primi che ci vengono in mente). Miranda Richardson lo supera in bravura, aderendo in maniera impressionante e quasi incredibile a ben due personaggi, eclissando addirittura la doppia prova superba di Jeremy Irons in “Inseparabili”. Ne esce uno scontro/incontro tra giganti probabilmente anche troppo poco apprezzato e sottolineato, nonostante il film fosse stato all’epoca della sua uscita molto ben accolto dalla critica. Sono i danni subiti dalla mente in giovane età a finire sotto la lente d’ingrandimento di Cronenberg, quei traumi violenti capaci di lasciare ferite profonde difficilmente sanabili: di quelle che con il passare del tempo, oltre a non rimarginarsi mai, continuano a scavare e a scavare e a scavare. Il destino che queste ferite offrono è ineludibile: al protagonista, irrimediabilmente segnato, non rimane che tornare ancora e ancora su quel trauma, cercandone le ragioni nei ricordi, tentando di districare pensieri intricati come fili di ragnatela, intraducibili, articolati nella testa e su carta in una lingua che sembra ormai aliena. Cronenberg e i suoi attori sono bravi a depistare lo spettatore (almeno quello meno attento), a costruire un’ottima storia e ad assestare un paio di colpi al momento giusto. Il resto lo fa la fotografia di una Londra sciatta, impoverita e putrida… vicoli e strade che sembrano chiamare a gran voce disgrazie e miseria, quasi come se il marciume del contesto fosse il ragno del titolo, il quartiere la sua tela e i miseri abitanti le sue prede. In questo caso però non è così, l’orrore è interno all’uomo, rode da dentro in una maniera che forse solo Cronenberg e pochi altri sarebbero stati capaci di portare su pellicola in maniera così efficace.

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