David Byrne: “Rei Momo” (1989) – di Flavia Giunta

Narra il mito che Momo (Μῶμος in greco, Momus in latino) fosse un dio alla corte di Giove. Alcuni lo rappresentano come la personificazione della satira e del dileggio; in altri casi Momo rappresentava il sarcasmo e la censura, o ancora la critica ragionevole ai comportamenti spesso tirannici degli altri déi. Tutti però concordano sul fatto che Momo venne infine cacciato dall’Olimpo per il suo carattere eccessivamente scherzoso. Una volta esiliato sulla Terra, questi per non annoiarsi creò il carnevale. È qui che nasce la figura del Rei Momo, un personaggio presente nella cultura sudamericana e specialmente in Brasile, che viene eletto in ogni città per governare esclusivamente durante i quattro giorni del carnevale. Preferibilmente un omone alto e grosso, dal volto simpatico, che viene agghindato con abiti dai mille colori e affiancato da una Rainha (regina) per sovrintendere alla festività più caratteristica di quelle remote e suggestive località. Non c’è dunque da stupirsi se David Byrne abbia scelto proprio questo “re carnevale” a far da titolo per il suo strambo e allegro disco, “Rei Momo” (1989), basato sul sound tradizionale latino. Non si può, a ben vedere, paragonare Byrne a sua volta ad un Rei Momo? Camaleontico, eccentrico e mai uguale a sé stesso, il “signor Talking Heads” ha da sempre partecipato ai progetti più disparati, dando prova di una creatività musicale che necessita di esprimersi su più fronti e che non si può ascrivere ad un genere specifico. Si veda la folta schiera di collaborazioni che l’artista annovera: da Brian Eno alla coreografa Twyla Tharp, a Bernardo Bertolucci, per il quale compose la colonna sonora de “L’ultimo imperatore” (1987) insieme ad un nome a caso quale Ryuichi Sakamoto… per citarne solo alcuni. Il multiforme ingegno del musicista di origini scozzesi non si esaurisce certo con il lavoro – comunque notevole – realizzato fino al 1991 coi Talking Heads, emblematica band che piazzò le fondamenta della new wave. Lo dimostra la creazione da parte di Byrne, alla fine degli anni ottanta, di una vera e propria etichetta discografica di world music, la Luaka Bop: perché la musica non deve avere confini. Non a caso è una realtà lontanissima, quella del Brasile con le sue atmosfere torride e festose, ad ispirare il primo effettivo album da solista dell’ex frontman dei Talking Heads e, nonostante l’apparente distanza di questo tipo di sonorità dalla produzione pregressa dell’artista, di traccia in traccia si può notare un’impronta peculiare e riconoscibile che rende l’insieme molto più che un disco di musica caraibica. Quindici brani che contribuiscono a ravvivare un’unica fiesta”, ma ognuno differente dall’altro, per coprire la maggior parte dei generi musicali che contraddistinguono le latitudini Sud del continente americano. L’album assume una credibilità ancora maggiore quando si leggono le collaborazioni che hanno determinato la genesi dei singoli pezzi: tutti rinomati artisti, latini e non, che hanno contribuito alla miscellanea ibrida finale. Ad aprire le danze è l’allegra cumbia di Independence Day, con il suo motivetto incalzante che rimane in mente e ricorda per certi versi la band di provenienza di Byrne. Il pezzo che segue è uno dei più caratteristici del disco: Make Believe Mambo, tipicamente sudamericano con tanto di sezione fiati e cori mariachi. Il merengue Call of the Wild e il mapeyé Dirty Old Town sono fra i brani più ricchi di voci brasiliane e, dopo Rose Tattoo, inizia la parte più “danzereccia” (se più di così si può) del disco: per cominciare, nulla di meglio della ballata in stile salsa-reggae Loco de Amor, anche qui con potenti strumenti a fiato e cori, seguita dal cha cha cha di The Dream Police. Don’t Want to Be Part of Your World, sebbene sia una samba, sembra creare un piccolo stacco dall’atmosfera puramente chicana per ricordarci che i Talking Heads sono sempre dietro l’angolo. Con la marcia nel deserto di Marching Through the Wilderness, una charanga, si conclude la sezione mocambo dell’opera e si torna a suoni più di strada: la rumba Good and Evil, Lie to Me (un altro merengue) e Office Cowboy (un pagode) ne sono ottimi esempi. A seguire c’è il bolero di Women vs. Men, mentre concludono il percorso musicale Carnival Eyes, un mapeyé in cui compaiono anche i violini, e la dolce-amara I Know Sometimes A Man Is Wrong, alla cui apertura e chiusura sono presenti suoni che rievocano la foresta tropicale: il gracidio delle rane, il ronzio degli insetti, il canto di un merlo. Ogni elemento dell’album risulta studiato e collocato perfettamente al proprio posto in un mosaico esotico ma anche ricco di citazioni byrneane: il risultato è un disco sofisticato ma non pretenzioso, gradevole, che si presta facilmente a più ascolti. “Rei Momo”, tuttavia, è solo una delle mille sfaccettature di un artista che senza dubbio ha ancora molto da offrire al panorama musicale mondiale.

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