David Bowie: “Space Oddity” (1969) – di Valerio Pozzi

Planet Earth is blue / What’s the use of feeling… blue?” Qualcuno fluttuava orbitando intorno alla Terra, dall’alto i pensieri sospesi viaggiavano veloci mentre osservava il panorama sottostante: macchie verdi, bianche e blu si mescolavano nei suoi occhi, mentre sconcertanti paure e angoscianti riflessioni prendevano sempre più spazio nella sua mente. Anelava da tempo la discesa su quello splendido pianeta, ma la ragionevole preoccupazione nei confronti degli abitanti lo bloccava. Studiava in continuazione quei piccoli e innocenti granelli di carbonio reclusi su quell’ammasso roccioso, scrutava da lontano le loro menti: un intelletto dall’enorme potenziale trattenuto da moli di informazioni, principi e omologazioni che, uniti, impediscono alla loro specie da miliardi di anni di comprendere a pieno e di contemplare la magnifica solitudine che li avvolge. Vivono intrisi di paure e inquietudini nei confronti della diversità, con manciate di odio sempre a portata di mano, mentre l’amore giace inutilizzato. Approdare su quel pianeta, manifestarsi come un essere privo di limiti, capace di esprimere amore verso chiunque e dalla vastissima conoscenza del cosmo, avrebbe creato estremo scompiglio nelle loro teste.
Ci diede le spalle. “Planet Earth is blue, and there’s nothing I can do” pensò poco prima di continuare il suo viaggio. Proprio in quel momento una flebile speranza, una scintilla scatenata dallo sguardo di un bambino rivolto verso il cielo riaccese in lui il desiderio di inseguire il suo sogno. Gli occhi gli brillavano osservando quel piccolo essere umano scrutare il cielo, manifesto del lato più affascinante dell’umanità: la curiosità. Quella forza che ha da sempre spinto il genere umano a volgere gli occhi verso l’ignoto, verso la ricerca della verità, nella speranza di arricchire l’intera popolazione di una coscienza superiore. La stessa forza che spinse un limitatissimo numero di esemplari a solcare la superficie del vicino satellite, concedendo così all’umanità una nuova fonte d’ispirazione e alimentazione alla bramosia del sapere. Ma anche in presenza di un evento di tale importanza, capace di far comprendere la magnifica forza ammaliante dell’universo, la maggior parte dei terrestri si limitò ad additare il tutto come un inganno provando nuovamente, agli occhi del misterioso osservatore, la limitatezza delle loro menti.
Comprese così il suo obiettivo: mostrare all’umanità, grazie alle sue conoscenze cosmiche, le proporzioni dell’universo; così facendo avrebbe risvegliato le umane coscienze, nella speranza di poter lasciare il pianeta in mano a quell’intensa curiosità scorta nei bambini. Scelse come veicolo l’arte musicale, mezzo estremamente efficace per aggirare la barriera della ragione e giungere al lato più sensibile delle persone, per parlare dei suoi pensieri, delle sue paure e dei suoi viaggi. Cantò per noi, nella speranza di rivelare alle nostre menti l’affascinante solitudine universale che le circonda, ammaliandole con suoni alieni capaci di mostrare le infinite proporzioni del cosmo. Così è stato, fino al giorno in cui decise di riprendere il suo viaggio, consapevole di aver sconvolto milioni di menti tramite il suo lavoro e speranzoso di aver contribuito alla generale consapevolezza dell’irrilevante e magnifico posto che occupiamo nell’universo.

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