David Bowie: “Space Oddity” (1969) – di Flavia Giunta

Space Oddity. È una sera di inizio 1969 a Londra. Un ragazzo longilineo, biondo, dal profilo diafano e lo sguardo che sembra provenire da un’altra galassia cammina trasognato per le strade portando con sé una chitarra. Sta andando a trovare una ragazza; ha una canzone da farle ascoltare. Arriva a destinazione. La ragazza lo invita ad entrare. Si accomodano sul divano, dopodiché lui inizia a strimpellare la sua chitarra e intona incerto le parole: “Ground control to Major Tom…”Le nuove ere iniziano sempre con qualcosa di semplice, di strisciante, di inosservato. Come una canzone che inizialmente colpisce ben poco il pubblico, ma finisce per diventare un simbolo, un’idea, qualcosa di immortale. Il ragazzo in questione è un giovanissimo David Bowie che, colpito da un’improvvisa intuizione, è corso dalla sua amica – nonché ex ragazza – Dana Gillespie per sapere cosa ne pensa del suo ultimo pezzo. A lei piace: buon segno. In quel periodo, David era ancora acerbo ma già ben determinato sulla strada che avrebbe voluto seguire nella vita: aveva avuto numerose esperienze con piccole band musicali fin dai tempi della scuola con il suo migliore amico, George Underwood; aveva poi inciso qualche pezzo per etichette discografiche considerevoli e si era fatto conoscere calcando i palchi della Città con la sua figura misteriosa e inconfondibile. Ma la “vera” fama doveva ancora arrivare, e David l’avrebbe raggiunta ad ogni costo. Telefonò prima a Shirley Wilson, la ragazza che aveva aperto il suo primo fan club a Bromley, per farle ascoltare il pezzo; avendo ricevuto anche la sua approvazione, venne il momento di proporlo a Ken Pitt, l’abile manager di David, che stravedeva per lui ma sapeva anche considerare con occhio critico tutto ciò che il suo pupillo sfornava. Il primo “scoglio” che arginò il successo del brano fu il giudizio del produttore Tony Visconti, a cui tra l’altro piacquero – tanto da produrle – tutte le canzoni successivamente inserite nell’album, tranne questa: a suo parere era troppo sciocca, quasi pubblicitaria. La sua non era una motivazione poi così assurda, dato che di lì a poco sarebbe effettivamente avvenuto il primo sbarco sulla Luna; per la precisione avvenne cinque giorni dopo l’uscita ufficiale del pezzo, la cui produzione fu infine affidata a Gus Dudgeon che invece si dimostrò entusiasta di lavorarci su (e che, tre anni dopo, produsse “Rocket Man” di Elton John: coincidenze?). Dopo una prima incisione destinata ad un video musicale (“Love You Till Tuesday”, dal disco precedente), e una seconda registrazione acustica, più lunga, da inserire in un demo, il 20 giugno 1969 venne registrata la versione ormai più nota della canzone, inserita in un 45 giri oltre che nell’album omonimo “Space Oddity”. Nonostante a posteriori questo si possa definire uno dei capolavori dell’artista inglese, e certamente il suo trampolino di lancio verso la notorietà, bisogna ringraziare una certa persona se il brano venne infine pubblicato dall’etichetta Mercury, diretta da Lou Reizner: David aveva rubato il cuore dell’americana Angela Mary Barnett detta Angie, che in quel periodo frequentava Reizner, cosa che lo aveva indisposto nei confronti del pezzo e di chi lo aveva scritto. Ma lei minacciò di lasciarlo se non avesse pubblicato quella canzone. Poco dopo, la vulcanica Angie divenne la partner, migliore amica, consigliera e, infine, moglie di David. Ma a cosa è dovuto il successo di questo brano? Quelli erano gli “anni dello spazio”: nel 1968 era uscito l’emblematico film di Stanley Kubrick “2001: A Space Odissey”, che a detta dello stesso Bowie fu l’ispirazione per la canzone; la missione dell’Apollo 11 poi, fu l’evento culmine del periodo, e contribuì alla diffusione del pezzo come aveva previsto Visconti, ma c’è di più. L’accurata produzione del brano, con effetti sonori notevoli per quel periodo come il countdown e il rumore del decollo di un razzo, fece sì che la canzone avesse un impatto immaginifico di riguardo. Si ha effettivamente l’impressione di fluttuare nello spazio mentre si ascolta l’avventura del Maggiore Tom. Ma sono le lyrics ad avere un ruolo essenziale: qui si traccia senza dubbio l’inizio della carriera di paroliere di Bowie. Non si è mai certi fino in fondo di quello che si sta ascoltando: si tratta del semplice racconto di una missione spaziale finita male, oppure della metafora di qualcosa di più profondo? L’alienazione, sostiene il musicista in varie interviste; è questo ciò di cui parla la canzone. C’è un tocco autobiografico: Major Tom diviene Bowie, che nel mondo della fama si trova circondato da stars ma non è affatto come lo aveva immaginato, e Bowie, come Major Tom, fluttua rassegnato a grande distanza dalla Terra che credeva di conoscere, consapevole adesso di quanto risulti differente vista da quella prospettiva, e di come lui non sarà più lo stesso dopo quella visione. C’è anche chi pensa che l’intera canzone sia la descrizione di un trip da sostanze psicotrope, che lo inducono a un’esperienza extracorporea. In fin dei conti, è alienazione anche quella. Il mancato ritorno di Major Tom alla base è un incidente o una libera scelta? Non lo sapremo mai. Ma si può percepire chiaramente come, persino nel momento in cui perde i contatti con il ground control e capisce di essere spacciato, l’astronauta rimanga incantato dalla vista del suo pianeta e riesca a godersi il momento, per così dire; è una sorta di rassegnazione al proprio destino, un primordio della filosofia dell’artista Bowie
Letter to Hermione An Occasional Dream Unwashed and Somewhat Slightly Dazed. C’è poco da fare: l’amore rimane sempre la sorgente principale da cui nascono le canzoni. Nel caso di “Space Oddity”, abbiamo un amore finito male. Bowie è senza dubbio fra i musicisti che possono annoverare i più lunghi curriculum di conquiste amorose e sessuali; nelle sue avventure, democraticamente, non si è mai curato di genere, razza o provenienza sociale dell’altro individuo. Ma la ballerina classica Hermione Farthingale non è stata solo una fra i tanti. Lei e Bowie si conobbero nel 1968 alle lezioni di mimo di Lindsay Kemp (altra fiamma di David) e, da allora, iniziò il loro idillio, che per lui rappresentava una svolta giacché era la prima storia “convenzionale” che gli capitava, per di più con una ragazza proveniente da una facoltosa famiglia borghese. Lui ventunenne, lei diciannovenne, condivisero per più di un anno un’esistenza bohémien fatta di musica, ideali hippy e progetti di recitazione, contro la volontà del padre di lei e persino contro quella del manager Ken Pitt, innamorato di Bowie (all’inizio della relazione con Hermione, David viveva ancora a casa di lui). La tipica fiaba degli innamorati provenienti da mondi differenti, soli contro tutti. Ad interrompere l’idillio fu la stessa Hermione, la quale partì per la Norvegia per un breve periodo per recitare in un film e, al ritorno, confessò a Bowie di essersi innamorata di un ballerino conosciuto durante le riprese, e di volerlo lasciare. Il primo e ultimo rifiuto della vita dell’artista, abituato ad avere chiunque ai suoi piedi e a non dover faticare per avere chi voleva. Non deve stupirci se l’evento lo segnò profondamente, tanto da spingerlo a scrivere queste tre canzoni e a conservare le lettere di lei pure negli anni a venire. 
Cygnet Committee God Knows I’m Good Memory of a Free Festival. Un altro elemento cardine del disco è rappresentato dal rapporto conflittuale di Bowie con la cultura del movimento hippy, che in quegli anni si trovava al suo apogeo in America come in Europa. Nel felice periodo condiviso con Hermione si ritrovò immerso nella “Summer of Love”, ed ebbe modo di conoscerne bene alti e bassi; ne condivideva il pensiero e gli intenti, come dimostra la canzone di protesta God Knows I’m Good, ma all’atto pratico rimase insoddisfatto per come i militanti affrontavano le situazioni. In particolare, la lunga Cygnet Committee dimostra come Bowie reputasse gli estremisti hippy “bigotti, pericolosi e autodistruttivi”, gente che non pensava effettivamente a fare del bene alle persone, come facevano credere, ma solo al tornaconto del movimento stesso. La cadenza del brano, dapprima tranquillo ma sempre più infervorato man mano che si arriva verso la fine, è lo specchio dei sentimenti di delusione di Bowie riguardo alla sua personale esperienza hippy: approfittando dei propri contatti e della fama crescente si era fatto in quattro per dare rilevanza alla loro causa del movimento, ma si vide manipolato e sfruttato. Aveva organizzato lui stesso, mediante Arts Lab, il Free Festival sul quale poi scrisse il brano che si può considerare il suo commiato dalla stagione dei “figli dei fiori”
Janine Wild Eyed Boy From Freecloud. In questi due brani abbiamo differenti esempi della dissociazione che caratterizzerà Bowie come artista negli anni a venire. Il primo descrive una ragazza che il suo amico d’infanzia George Underwood frequentava; si tratta, a suo dire, di “come pensava che lui avrebbe dovuto vederla”. Nonostante il testo alquanto complesso, la base musicale è molto semplice e digeribile, e per questo è il brano dell’album preferito da Visconti. Il secondo, ancora più elaborato per quanto riguarda i concetti espressi nelle lyrics, trasmette il senso di straniamento che Bowie ha sempre provato e che sempre lo accompagnerà nella sua carriera come nella vita privata; parla di quelli che vengono “tagliati fuori”, che stanno sempre al margine degli avvenimenti, e non è errato pensare che sia stato il punto di partenza per la costruzione dei personaggi che l’artista avrebbe interpretato in futuro: basti pensare a Ziggy Stardust o all’Uomo che cadde sulla Terra. Per questi motivi, e per l’imponente arrangiamento operistico con cui compare nel disco, The Wild Eyed Boy From Freecloud può essere considerato un altro piccolo capolavoro.

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