David Bowie: “1.Outside” (1995) – di Francesca Spaccatini

Come ci si sente ad essere un outsider? Essere indegno, vivere ai margini. La follia dell’outsider, se portata ad un certo livello, può sfociare nell’arte? Cos’è arte? Quale lo steccato da non valicare per restare all’interno del recinto della normalità, della moralità? Quali i limiti accettabili, ma soprattutto da chi? A trattarne il tema è proprio David Bowie nel 1995, sfornando, in collaborazione con Brian Eno, un concept album dal titolo “1.Outside”. Il disco è a tinte noir, il protagonista narratore è il detective Nathan Adler, della Divisione dei Crimini Artistici. Nel booklet si ripercorre la storia dell’arte insanguinata, dei perfomers stravaganti, eccitati dalla carne e dal corpo: Ron Athey, per dirne uno, artista statunitense “non adatto agli schizzinosi […] si caccia ripetutamente un ferro da calza nella fronte, una corona di sangue, deve fare un male del diavolo”, si esibisce di fronte al suo pubblico, sgocciola su asciugamani e fogli bianchi, stampe limitatissime. Il viennese Hermann Nitsch, che mutila e crocifigge animali per portarli in mostra nel mondo. Damien Hirst che trasporta “La pecora in una scatola” de “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, nelle gallerie e nei musei, imbottita di formaldeide. Peccato che la faccenda abbia fatto incazzare i più vividi animalisti: le vittime sacrificate ammontano a circa 913.450. Lo zoo di Hirst non risparmia nessuno… mosche, farfalle, bovini, squali, zebre. I tre artisti, non nascono dalla mente del Duca Bianco, non sono frutto di fantasia, piuttosto persone realmente esistite e ancora in vita. L’investigatore Nathan Adler invece sì, è un personaggio immaginario, che si ritrova a dover svelare il mistero di Baby Grace Blue, a soli 14 anni trovata morta: le braccia traforate da aghi imbottiti di droghe, lo stomaco slabbrato con cura e “gli intestini rimossi, sbrogliati e rilavorati a maglia così come si presentavano, in una piccola rete o tela e appesi tra i pilastri del luogo del delitto, l’ingresso principale del Museo di Parti Moderne di Oxford Town, New Jersey. Gli arti di Baby furono recisi dal torso […] che per mezzo del suo orifizio inferiore, era stato posto su un piccolo supporto fissato a una base di marmo. Era sicuramente un delitto, ma era arte?” Questo il vero enigma da svelare. Gli indagati, che il computer è riuscito a sputar fuori, tre in tutto: Ramona Stone, donna di mezza età, trafficante di droga; Leon Blank, maschio, 22 anni, outsider; Algeria Touchshriek, anni 78, ricettatore con un giro di affari in droghe artistiche e impronte genetiche. Mentre Adler indaga sul corpo smembrato della ragazza, Bowie ricerca se stesso, assillato dall’impossibilità di coniugare le diverse personalità che lo contraddistinguono. In apertura del disco, Leon takes us outside, chiama in causa la memoria farfugliando date, ricorrenze. Quando avviene un dramma, il domani non esiste, il tempo s’arresta e ci fissa nell’oggi. Si resta in Outside”, immobili, fuori da ogni schema o progetto premeditato. Corriamo nella melma di un fiume di sabbie mobili, e quando la morte è vicina, apprendiamo The hearts filthy lesson (la lezione sporca del cuore). La morte sopraggiunge ammaliatrice, i cori seducono, il suono si contrae e si rilassa, le tastiere producono mulinelli di vuoto… verremo inghiottiti, e quella spugna al centro del petto sarà una scatola nera. Dissezionandola troveranno la nostra natura più vera. Quante le ammaccature, i colpi incassati? Quanti i rigonfiamenti colmi d’amore? La ricerca di Adler prosegue senza una logica, tanto che nella terza traccia, A small plot of land (titolo estratto dal libro di Deleuze e Guaratti “Mille piani”), Bowie utilizza per la stesura del testo la tecnica borroughsiana del cut-up. Stesso meccanismo sarà forse alla base di alcuni omicidi privi di ogni schema razionale, puro impulso bestiale. Il detective Adler giunge al rinvenimento di una cassetta orribile di Baby Grace, la vittima dichiara che sia stata Ramona Stone a drogarla. La voce è metallica, graffiata. Poco importa… quel che conta ormai è che il suo cervello abbia smesso di funzionare. La confusione schizofrenica emerge poi dalla potente e violenta Hello spaceboy. Se il testo è dolce, il ritmo fa pensare ad un sovrapporsi intermittente di personalità, si cerca di restare ancorati alla propria identità, ma quale delle tante? La mestizia scende in piena solitudine in The Motelper poi ritornare nel circolo dell’ossessione in Voyeur of utter destruction (as beauty)… come i bambini che girano vorticosamente su loro stessi, si accede ad uno stato centrifugo di dispersione e sbandamento, in cui il corpo con molta fatica ritrova il suo equilibrio… è così che la vertigine provoca il panico nella coscienza. Lo scenario fiabesco disincantato con carezze macabre arriva in Wishful beginnings: versi di rospi scandiscono le scuse dell’omicida nei confronti della ragazzina. Tra i titoli di coda in Strangers when we meet, l’incontro con gli estranei, sia che siano altri da noi o dentro di noi, viene prima visto con risentimento e con un senso di smarrimento… poi però lo straniero viene rivalutato tanto da generare un senso di felicità. Insomma, “1.Outside” è un disco di stampo neo gotico e riesce a chiamare in causa una doppia storia: quella della ricerca confusa dell’omicida di Baby Grace e quella dello smembramento del sé, in cui il camaleonte tenta di comprendere il suo Es, il principio di piacere freudiano che non ammette logica o schemi temporali. Si molla la presa sulla coscienza, tanto da renderci impossibile la previsione di un futuro sempre più incerto. Traccia dopo traccia, quindi, l’Outsider sta fuori da ogni principio di realtà, in un ammasso caotico, disordinato, viscerale, confuso… che non ammette tempo, spazio né cognizione di causa, un po’ come quando si è totalmente pervasi dall’amore o dal dolore, i sentimenti principali, generatori di opere d’arte.

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