Dave Matthews Band: “Crash” (1996) – di Francesca Spaccatini

L’ansia che sembra paralizzare un numero sempre maggiore di giovani, è una condizione di disagio psicologico, in relazione ad uno specifico stimolo ambientale. Nella società fluida, ogni soggetto deve sottoporsi a cambiamenti e riadattamenti repentini. Chi è attanagliato dall’ansia vive nel costante timore di dover superare una nuova prova. Lo sapeva bene l’ex barista cresciuto a Charlottesville (Virginia) Dave John Matthews, timoroso inizialmente di esibirsi in pubblico. Ecco che anche chi avrebbe così tanto da dire (So much to say), resta bloccato dentro. E’ una fortuna che alla fine sia uscito dal guscio e che, dopo Remember two things” del 1993 e Under the table and dreaming” del 1994, abbia dato alla luce Crash”, grazie all’aiuto della sua band: Carter Beauford alla batteria e percussioni, Stefan Lessard al basso, il compianto LeRoi Moore al sassofono e corno, Boyd Tinsley al violino, Tim Reynolds come turnista alle chitarre. Ascoltare questo disco è quel che serve per infondere coraggio ai più ansiosi: è benefico, persuade il corpo al movimento, è energico e travolgente – Perchè la vita è breve ma è sicuramente dolce”  per restarsene bloccati. E’ un invito ad immergersi nella bellezza, a correrle incontro frementi, salendo i gradini due a due (Two step)… ad afferrarla col fiato corto e il cuore che scalpita. Ma cos’è il bello e il dolce? E’ Crash into me a svelarlo, evocando la fusione di due corpi, in un’atmosfera ascendente e rotatoria. Sguardi persi e compenetranti. Ci si estrania qui dalla bruttezza, quella di una Too Much, in cui i potenti e gli sciacalli sono sempre più affamati e aggressivi; mostrano i denti, ringhiano, vogliono troppo… Suck it up! Manda giù! Dice Dave… e non si sa se si riferisca a chi divora tutto o a coloro i quali vengono tolte anche le briciole. Ogni situazione ha il rovescio della medaglia.. quello di Crash into me arriva alla quinta traccia con #41. La caduta a terra, in ginocchio, che implora perdono… ma l’atmosfera si rialza dolce con le percussioni di Let you down. E’ un ballo stretto e speranzoso, dove si ritrova il contatto perso. E’ uno scivolo d’amore sulle corde. Say goodbye racconta di quel passo incerto nell’amicizia che chiede di evolversi, senza voler badare alle conseguenze. Chiede di chiudersi sotto una tenda costruita con delle coperte per coronare qualcosa di vero, senza paura. Fino al vicino ed inesorabile Addio. Molto presenti e apprezzate le percussioni e il flauto che rievocano uno scenario quasi fiabesco. Con Lie in our graves assistiamo alla gioia di andare fuori, allo scoperto, nella condivisione piena e soddisfatta (When I step into the light / My arms are open wide) poi, come il disco che è tutto in antitesi, c’è un cambio di registro in cui ci si chiede cosa si possa pensare di se stessi una volta che si è chiusi in una tomba. Saremo soddisfatti della nostra vita vissuta? Scende ancora la mestizia, perché il mondo, nonostante gli sforzi di estraniazione, ospita ancora soprusi, violenza e razzismo. Canta Cry freedom e più che un grido di libertà sembra essere una preghiera, un appello all’umanità affinché viga la solidarietà e l’unione dei popoli: mani e piedi sono uguali ma è l’oro che ci divide” Il disco vede la sua conclusione sulle note di Proudest monkey, musicalmente la meno complessa di tutto il disco e forse non è un caso, perché l’uomo non è nient’altro che la scimmia più fiera… scesa dai rami sicuri si è avventurata lontano, ha camminato in posizione eretta, ha costruito una città dove ci sono clacson di automobili e sporcizia. Ora è la scimmia più fiera che ci sia. Tutto quello che si auspica Dave Matthews è un ritorno alle origini, un ridimensionamento dell’abbrutimento umano per far scorrere tutto ad una velocità più tranquilla senza tanta frenesia.

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