Dario Argento: “L’uccello dalle piume di cristallo” (1970) – di Gianluca Chiovelli

Questi film li ho visti troppi anni fa, in un’epoca in cui l’Italia contava ancora qualcosa; era, l’Italia, una nazione in cui ci si poteva permettere di liquidare Dario Argento (il primo Dario Argento) in nome dell’engagement: si era infatti nell’opulenza, ancora viventi Roberto Rossellini, Federico Fellini, Luchino Visconti, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini nonché, fra gli altri, due dei registi italiani fra i più sottovalutati di sempre: Damiano Damiani e Pietro Germi (se ne avete voglia andatevi a rivedere “Il rossetto”, pellicola di Damiani interpretata da Pietro Germi; poi mi direte; oppure “L’istruttoria è chiusa, dimentichi”, un capolavoro di feroce denuncia civile, o “Un maledetto imbroglio”). Mi piace compilare queste liste, con nomi e cognomi, per rendermi conto di quanto abbiamo perso e di dove siamo adesso… ma torniamo al vecchio Dario. Rivedere al presente le prime fatiche di Argento, con l’occhio smaliziato e disilluso dell’oggi, è un’esperienza che dona godimenti inaspettati. A esempio, una delle scene iniziali del suo primo lungometraggio, “L’uccello dalle piume di cristallo” del 1070: il protagonista, Toni Musante, osserva, attraverso una doppia vetrata, in una ampia sala con scalinata che ospita delle inquietanti creazioni scultorie, una sanguinosa colluttazione, tra una figura nerovestita e una donna; si incuriosisce; si avvicina; la figura in nero, intanto, fugge, lasciando la donna ferita all’addome; tale breve lotta è muta: i vetri impediscono qualsiasi suono; Musante supera cautamente la prima vetrata, ma non la seconda, serrata ermeticamente; l’assassino chiude la prima vetrata; il protagonista rimane perciò, intrappolato, come un insetto nell’ambra, fra le due porte, e costretto, quindi, a guardare, impotente, la donna ferita e gemente che si trascina a fatica, dissanguandosi. La carica sadica e voyeuristica è intatta, pur a distanza di quasi mezzo secolo: Hitchcock avrebbe approvato (forse l’ha fatto); e approviamo anche noi: nonostante il diluvio di violenza e pornografia degli ultimi decenni (sempre più triviali), l’incanto di questi tre minuti sorprende ancora adesso; esito inevitabile quando si scandagliano regioni potenti e simboliche dell’animo umano. Però voglio fare una breve notazione, seguitemi: quanto dobbiamo a Dario Argento e quanto ai decenni in cui operò Dario Argento (e questo vale pure per Fellini e i suoi straordinari collaboratori; vale per tutti)? In altre parole: Dario Argento, al netto della perizia tecnica, incontestabile, quanto deve agli anni Settanta? A quel torbido e ribollente brodo di cultura dove erano miscelate istanze libertarie, paure antidemocratiche, cambiamenti epocali del costume, presagi di stragi future? Perché Dario Argento, nonostante quella perizia, è lentamente svaporato negli anni Ottanta? Come il kraut, il progressive, il punk? C’è bisogno di scomodare T. S. Eliot e il suo “Tradition and individual talent”? Forse. Una cosa è sicura: i nostri tempi (questi che stiamo vivendo) sono unidimensionali. Molti film che cinquant’anni fa apparivano modeste increspature di genere oggi assumono un rilievo d’eccezione (cult); al contrario, molti film che oggi sono spacciati come capolavori in realtà non lo sono. A tali capolavori, spesso gonfiati dalle buccine della propaganda mainstream, manca proprio la profondità simbolica, la forza critica, e quel retaggio di contrasti e contraddizioni che rendeva notevoli i film degli Argento e dei Damiani. Sarà un caso, insomma, che alcune superstiti riviste cinematografiche provino una nostalgia struggente (spesso esagerata) per il cinema di genere italiano (gialli, horror, poliziotteschi)? Non sarà che Tomas Milian, Enrico Maria Salerno e Franco Citti, alla fine della fiera, vantino una filmografia, dal punto di vista del cinema d’arte, superiore a quella di George Clooney, Brad Pitt e Scarlett Johansson? Sono domande, mica sacrilegi. Interessantissima la colonna sonora di Ennio Morricone: un Morricone distante dal suo tranquillizzante Sean Sean”: qui siamo nelle regioni del perturbante, del jazz d’avanguardia, nelle regioni delle oblique dissociazioni sonore del coevo Gruppo Improvvisazione Nuova Consonanza, di cui proprio Morricone fu fondatore e membro più agguerrito.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *