Danzig: “Danzig II – Lucifuge” (1990) – di Alessandro Gasparini

Basterebbe solo leggere la prima frase delle note di copertina o dare un’occhiata alla foto sotto per comprendere di fronte a quale bestia immonda ci troviamo. Il verso in questione è di San Giovanni e recita “Voi siete progenie del diavolo, che è vostro padre, e volete fare i desideri del padre vostro“. Glenn Danzig, indimenticabile voce dei Misfits, conclusa l’avventura con i Samhain nel 1986 creò un super-ensemble che avrebbe preso il suo stesso nome. Gli altri membri erano John Christ alla chitarra, Eerie Von dei Rosemary’s Babies al basso e l’ex DOA, Black Flag e Fear Chuck Biscuits alla batteria. Il corvino del New Jersey alza il tiro, rendendo ancor più fitta quell’aura malefica intorno alla sua figura fondendo vari stereotipi della storia del rock. È l’anno di grazia 1990 e la loro seconda fatica segue di due anni il disco d’esordio “Danzig(1988).
Lucifuge, pur equivalendo a tutti gli effetti l’opera prima, segna un passo più deciso verso qualcosa di epico, annoverando una ballata come Devil’s Plaything e il blues vecchia maniera di I’m the One. Si comincia con Long Way Back From Hell e subito l’aria si accende con un riff al fulmicotone che in men che non si dica è accelerato da una furia punk. Parrebbe la partenza di una track dei Judas Priest ma basterebbe solo la memorabile entrata di Glenn Danzig a mettere i brividi ad Halford & Co. Un hard-rockabilly trascinante che apre degnamente un album capolavoro. Segue Snake of Christ, il ritmo si abbassa, l’ugola di Glenn si fa più oscura. Così esce allo scoperto l’anima metal del gruppo. Killer Wolf e I’m the One sono le avvisaglie blues con un respiro profondo sul Delta e i passi pesanti nelle stesse paludi fangose di Muddy Waters, dalle quali emergono gli zombie di ZZ Top, MC5 e Mountain. In Tired to Being Alive, Girl e Her Black Wings si torna ai poderosi riff di chitarra dei vecchi Page e Iommi, mentre un’ombra sciamanica si ammanta su Devil’s Plaything e Blood and Tears, omaggi più che evidenti ai Doors.
Glenn si cimenta con la voce baritonale che ricorda il
Morrison di Blue Sunday e Summer’s Almost Gone. Due brani indimenticabili, catartici e commoventi.
777 è uno slide blues capace di trascinare un convoglio merci per tutto il deserto del Nevada. La chitarra in fibrillazione ci fa assistere ad un assalto al treno tipico del cinema western e risentire le leggendarie musiche dei film di John Carpenter comeGrosso guaio a Chinatown ed Essi vivono. Il disco si chiude con Pain in the World e siamo di nuovo ai Sabbath. Stavolta però ad essere rispolverata è la loro facciata più onirica e spaziale di Black Sabbath, Planet Caravan o Hand of Doom, che inculca a chi ascolta un tremendo senso di angoscia. “Lucifuge” è un album forte e che lascia il segno. Se ne sconsiglia l’ascolto prima di andare a dormire, dato il suo orrore sussurrato nelle orecchie. La perfetta reinterpretazione di una decade ormai lontana da parte di gente che nel 1990 puzzava ancora di punk rock, hardcore e trash metal, divertendosi a rammentare le nenie infantili di una generazione vuota.

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