Daniele Luchetti: “Il portaborse” (1991) – di Francesco Picca

Cesare Botero (impersonato da Nanni Moretti) è un ministro rampante, istrionico, cinico, armato di slogan fendenti, perfettamente sintonizzato sulle frequenze di una politica piaciona e impegnata nell’assalto quotidiano al granaio. Luciano Sandulli è un professore di liceo importato dal Sud, per anni “ghost writer” di un noto giornalista e scrittore, ora chiamato a redigere i discorsi e i comunicati stampa del giovane ministro. Sandulli è per natura irreprensibile, non certo un “cuor di leone”, ovattato dai suoi stessi silenzi reverenziali e incorniciato in un’alea di passiva mediocrità. Un personaggio che sembra ritagliato e cucito addosso a Silvio Orlando e alla sua naturale mimica da vittima predestinata, esaltata dai passaggi in cui il mite professore impatta l’intero ventaglio corruttivo del suo nuovo ambito di vita. Sandulli viene da subito affascinato dal suo nuovo datore e da un programma politico suadente improntato al rinnovamento. Anche il suo innato rigore trova modo di ammorbidirsi: i guadagni, l’alloggio romano, l’auto ricevuta in dono, la ristrutturazione gratuita della vecchia casa-museo, l’avvicinamento della sua compagna, insegnante anch’essa, con un insperato trasferimento nella capitale, sono tutti piccoli mutamenti che contribuiscono non poco a smussare quelle intime distonie del bravo professore rispetto al rinnovato ambiente lavorativo e di vita. Nel mezzo della campagna elettorale, tra piccole e grandi meschinità, tra brogli e tangenti, dopo aver toccato con mano un mercato quotidiano fatto di agevolazioni, di raccomandazioni e di scambi di favore, l’uomo “educatore” prende il sopravvento sul “portaborse” e Sandulli, con l’aiuto di un giornalista, comincia a raccogliere le prove per una denuncia. La spregiudicatezza di Botero, però, fagocita il rigurgito di Sandulli e anticipa e annulla ogni sua velleità. Prima ancora che il professore possa rendersene conto il ministro ha vinto anche la nuova tornata elettorale, ovviamente senza cambiare metodo e, Sandulli, licenziato in tronco, è tornato al grigiore della sua vecchia esistenza. La sceneggiatura, del regista, Daniele Lucchetti in collaborazione con Stefano Rulli e Sandro Petraglia, premiata con il David di Donatello, intende canzonare il decadente teatro della politica in salsa tricolore della cosiddetta “prima Repubblica” rimestando nella retorica della commedia buffa e inventando, ad esempio, il Ministero del Cinema e quello della Chimica di Stato, ambiti surreali di “non potere” in cui relegare soldatini di piombo e sciocchi comprimari. Tutti i teatranti sono caratterizzati utilizzando tinte ruvide, impopolari, accentuandone i tratti di pericolosità sociale. Tuttavia, la tensione morale non decolla mai. Il compromesso e il fatalismo tagliano in diagonale tutto il copione (per il profSandulli l’ineluttbilità delle cose è rappresentata dal fatto che Zollo, il suo migliore alunno di sempre, quello che traduceva al l’impronta latino e greco, è finito a fare l’imbattibile avvocato della indegna congrega politica), la rottura e il riscatto rispetto all’imperante clientelismo non si materializzano. Un sussulto, forse un estremo tentativo, è rappresentato dalla scena in cui Sandulli (insieme all’ostinato giornalista), armato di una mazza da golf, distrugge rabbiosamente l’automobile ricevuta in dono da Botero. Il “portaborse” recitato da Orlando è un uomo comune, innestato suo malgrado nel tronco ritorto del penta-partitismo italico del periodo. Quella narrata nel film è una politica contaminata dal cosiddetto “edonismo reaganiano” (meglio conosciuto in Italia come “Milano da bere”) della metà degli anni 80, figlio di una goliardata televisiva, poi consacrato dal deputato comunista Giuseppe Vacca come un geniale escamotage metaforico per parlare de “la cosa” senza nominarla, descrivendone però in modo perfetto le due matrici essenziali e cioè, la ricerca della felicità individuale e dell’affermazione personale. È una politica prossima alle estenuanti vicende di “Tangentopoli”, il ciclone giudiziario che proverà ad azzerare la “prima Repubblica” sotto il vessillo mediatico di “Mani Pulite” e attraverso l’azione di una magistratura illusoriamente più forte dei sodalizi politico-economici. Appena qualche anno più tardi qualcuno evidenzierà come la stagione giudiziaria milanese abbia determinato soltanto un semplice cambio di facciata e una fastidiosa revisione al rialzo del “listino prezzi”. È una figura, quella del “portaborse”, che per alcuni decenni ha rappresentato uno status simbol, sia per chi ne ricopriva il ruolo e sia per chi se ne avvaleva. Era, a latere del potere, quasi un’anticamera del potere stesso. Oggi la politica sforna figure diverse, più dinamiche, personalmente impegnate nella gestione e nella cura della propria immagine con un modus veloce, immediato, istantaneo, spesso operando in emergenza nello spazio protetto di una toilette, dividendo equamente la strategia comunicativa tra un “post” e un “twitt”. Il “politico 4.0”, con la foto-profilo super filtrata e l’occhio sgranato sempre fisso in camera, deve necessariamente essere dinamico, malleabile e adattabile. Le notizie corrono e scorrono veloci, e lui deve schizzare, sgusciare, districarsi e divincolarsi con immediatezza ed efficacia, sempre pronto e reattivo per eventuali comparsate televisive dove è fondamentale tenersi a galla nella melma opinionista caciarona. Le distanze sono azzerate dai social e la presenza viene assicurata sempre e comunque da una diretta streaming. C’è ancora chi scrive testi e discorsi, anzi, la figura si è ulteriormente professionalizzata; ma il nuovo limite, sia quantitativo che qualitativo, è quello fissato nei “centoquaranta caratteri” e, la stessa presenza fisica nel codazzo del politico, non è più strettamente necessaria. Pertanto, tra i corridoi dei Palazzi del potere, il vuoto del questuante è stato riempito da un’altra figura, già nota a chi mastica di politica da almeno un trentennio e che, oggi, si è ritagliato un ruolo quasi istituzionale: il lobbista. Questi non è certo subalterno al politico e alla politica, anzi, è organico e funzionale. L’unico elemento di distinzione, forse, è il “pass” da visitatore. Il decadimento delle ideologie e di certi valori condivisi ha ridotto il potere politico a uno strumento manovrato dai grandi gruppi d’interesse e, l’interesse, è sempre quello economico, declinato di volta in volta, ora in chiave finanziaria, ora industriale. Sarebbe facile romanzare sulla portata mitologica del fenomeno, disegnando omini con un nodo di cravatta misurabile a spanne e una valigetta con il triplo fondo. Oppure squali occhialuti e canuti, mascherati con abiti blu dal taglio impeccabile, armati di stilografiche dal tratto “nero petrolio” tanto perfetto quanto compromissorio. Più banalmente, il lobbista, è un semplice amico degli amici. A volte è un ingegnere, altre un faccendiere non meglio qualificato, più spesso un avvocato d’affari. Sicuramente un uomo, come tanti, adattato per l’occasione. Si fa portatore di interessi, incontra altri interessi, media le rispettive posizioni e chiude con un algido “prego firmi qui” non molto differente da quello accademico pronunciato da un giovane agente di commercio emozionato per la prima uscita di lavoro in affiancamento al collega anziano. La firma, ovviamente, è simbolica. Meno simbolico è l’incentivo fiscale per un’automobile inquinante, o il rilascio di un permesso di perforazione a pochi chilometri da un’oasi naturale, o il permesso di avvelenare per un colosso di archeologia industriale, o persino l’espianto forzoso per una coltura di pregio in luogo di nuove e improbabili sperimentazioni agronomiche rigorosamente Ogm. Le ideologie politiche, i sistemi politici ed economici, le analisi sociali ad essi collegati sono stati elaborati da grandi uomini, spesso esuli, a volte incarcerati. La politica reale, invece, è fatta per lo più da piccoli uomini resi grandi dall’occasione, minuscole rotelline dentate pressoché inutili rispetto alla dimensione e alla complessità del meccanismo.  Dovremmo tutti almeno una volta armarci di una mazza, non necessariamente da golf, e provare a rompere l’ingranaggio.

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