Daniele Coccia Paifelman: “Il Cielo di Sotto” (2017) – di Lorenzo Scala

Le ragioni di un successo andrebbero sempre analizzate. Il successo e’ una questione di formule. Se breve o longevo non importa, sempre si basa su una formula che di solito unisce due o tre elementi semplici, calzanti tra loro in modo naturale… e se uno di questi elementi possiede una matrice fortemente popolare ancora meglio. Quante volte, ascoltando  alcune sonorità che riescono a rielaborare un genere, un già sentito, mescolandolo con altre spezie già assaggiate,  ci viene da pensare: ma perché nessuno ci aveva pensato prima? Ovviamente non basta pensarle le idee, bisogna avere anche  una certa ironia feroce, la capacità di scrivere storie tinte di nero e la naturalezza di suonare insieme senza darlo troppo a vedere ovvero, amalgamando i suoni, tanto da sembrare una band con un unico corpo sonoro. Stiamo parlando de Il Muro del Canto, band formata da Daniele Coccia PaifelmanAlessandro Pieravanti, Alessandro Marinelli, Ludovico La Marra, Eric Caldironi, Giancarlo Barbati, che nel 2010 si affacciò al mondo con lo struggente lamento arrabbiato di Luce Mia, canzone intensa, sicuramente tra le più suggestive dell’intero repertorio. Nel 2012 esce il loro primo album “L’Ammazzasette” (GoodFellas), a seguire i due album: “Ancora ridi” (2013) e “Fiore de niente” (2016). Altri progetti ruotano come pianeti sghembi intorno a questi musicisti, progetti diversi ma appartenenti ad una stessa galassia che poggia le sue fondamenta  sul folk. Stiamo parlando dei Montelupo con il loro Canzoniere Anarchico: in questo progetto si dà vita alle splendide canzoni anarchiche ripescate tra l’ottocento e il novecento, brani che francamente meritavano una spolverata e una nuova veste. La genesi del percorso artistico di Daniele Coccia, però, sono i Surgery in cui il folk proprio non c’entra, si tratta infatti di una band electro-industrial formata nel 2000, che vede Coccia sempre alla voce e ai testi. Poi ci sono il libro di poesie di Daniele, “Resistenza da Camera”, quindi il libro di Alessandro Pieravanti, (batterista del Muro): “500 e Altre Storie” e, a concludere (a quanto pare non si fermano mai) il progetto sarcastico e corrosivo di Giancane, chitarrista del Muro. Questa introduzione era doverosa, ora possiamo accenderci una sigaretta rilassandoci, mettendoci comodi e lasciandoci cullare dalle note di “Il Cielo Di Sotto”, primo album solista di Daniele, prodotto dall’etichetta La grande onda (Piotta). Questo album, composto da dodici tracce, per metà è semplicemente sublime… ma c’è una canzone che si erge su tutto il disco, e, anzi, spicca su tutte le canzoni passate del Muro: stiamo parlando del nuovo arrangiamento di un vecchio classico dei Surgery: Un dolore fa. Uno sposalizio di musica e parole disarmante, una epifania d’estetica e contenuto in cui si cita Cesare Pavese: io non ricordo cos’è che porta il mio corpo alle stelle, fingendomi vivo ho passato la notte sdraiato vicino a te, apri le gambe a nuove alleanze e scordati di me, verrà la morte e avrà i tuoi occhi ed io la seguirò”. Oltre a Pavese, nell’album spunta un’altra figura ingombrante, una di quelle figure che emana un’ombra difficile da dissipare per un altro cantante. Si tratta di Fabrizio de Andrè e della sua: Un blasfemo. Senza dubbio la voce baritonale di Daniele che sembra risalire dal gorgo nel quale un giorno scenderemo muti (concedetemela), ha permesso la  buona riuscita di questo ostico rifacimento. Il risultato è perfetto. Le canzoni scorrono tra vari chiaroscuri: non solo tenebre quindi e slanci ermetici, ma anche raggi di luce, come nella seconda cover Roma è una prigione di Patty Pravo, non riuscitissima ma degna di nota… a proposito, recuperate questa canzone nella sua veste originale, ha un testo eclettico e visionario. Quindi metà disco perfetto. L’altra metà? L’altra metà è rappresentata da canzoni godibili, anche se l’album avesse navigato dall’inizio in queste acque sarebbe stato comunque un buon disco. Non sono canzoni mal riuscite, anzi, sono contagiose e ispirate, hanno l’unica pecca di vivere vicino a piccoli gioielli come la ballata Il cielo di sotto, che apre il disco con una frase rappresentativa: “questo giro di tango scontato sembra formidabile, ci racconta bugie delicate e ci aiuta a volar”. Vi consiglio di berlo questo frullato di folk, blues, rock, sonorità tra l’altro che si esprimono al loro meglio grazie ad una registrazione del suono profonda e pulita, suoni che fanno da altare a parole crude e delicate, contaminate da una verace poesia.

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