Daniele Castellani: “Arrivederci Emilia” (2018) – di Gianluca Fregni

Un debutto solista che arriva dopo vari anni e vicissitudini, concerti e band che si sciolgono, lasciando poche testimonianze e procede solo chi è più determinato, spesso in solitudine. La definizione di “cantautore” va però un po’ stretta a Daniele Castellani (musicista di Scandiano, in provincia di Reggio Emilia) che ci consegna un disco davvero vintage, per sonorità e approccio, tanto che se non fosse per alcuni riferimenti all’interno di un paio di canzoni, si potrebbe scambiare per un album degli 80, quei dischi che trovi nel reparto “superofferte” con il marchio Lineatre Rca o ancora Orizzonte della Ricordi e le grafiche tutte omogenee. Non è una critica, anzi, un pregio, qualcosa che da tempo era difficile trovare e, qui, più che alla canzone d’autore si guarda al rock italiano. Viene in mente il primo Vasco ma anche Alberto Fortis, Eugenio Finardi e Ivan Graziani… in pratica tutto il contrario di ciò che va di moda oggi (e, ricordiamolo, Vasco non va di moda, è eterno). Oslo apre il disco, ottime scelte musicali, soluzioni che a volte guardano all’hard rock, ma è solo un colore, perché ogni cosa qui è al servizio prima di tutto della canzone. L’inizio è convincente, anche se un po’ criptico, c’è quel tocco grezzo di una produzione a basso budget eppure c’è la vitalità e la dinamica di un’esecuzione live, come se a suonarlo fosse una band che si trova tutti i giorni. Canzon D’Amore Sul Lastrico ci fa entrare nelle storie di Daniele Castellani, che racconta di amori passati, perduti, sconfitte, senza mai piangersi addosso e con la consapevolezza di chi ha superato la cosa e la guarda da lontano, con un ghigno beffardo. Arrivederci Emilia, il brano che da il titolo al cd è uno dei pezzi forti del disco, prende il reggae e lo fa suo, un po’ come il Vasco di Vado al massimo… e poi subito lo abbandona per tornare al rock, che qui è inteso, non solo come genere musicale, ma come stile di vita. Fantastici poemi potrebbe trarre in inganno il più grande esperto di rock italiano, ed essere scambiata per un capolavoro minore degli anni ottanta e, ancora una volta, sorprende la capacità di scrittura e arrangiamento. Fredda è la notte non colpisce più di tanto ma in un lavoro di sette brani una canzone meno incisiva ci può anche stare o anche, semplicemente, un brano che suona differente e che non deve e vuole colpire per forza in maniera diretta ed esplicita. Anche la successiva Snowland è un momento di passaggio, un funk ipnotico con un pregevole tappeto di tastiere, un groove solido e incalzante che porta in un altro mondo, più da colonna sonora, anche qui, slegato dal resto del disco ma comunque piacevole. Si chiude con il botto… Maledetti Posters, un riff che ricorda il glam rock degli anni 70 e, su questi poster, immaginiamo ci siano i grandi del rock (i classici più che i Nirvana, citati nel testo) e una melodia che ti rimane inchiodata in mente. Un disco che è una sorpresa, in controtendenza e fuori dal tempo in un mondo in cui i musicisti guardano più a visualizzazioni e play di Spotify, ci ricorda che i numeri di play e la musica suonata su impianti analogici o CD è ancora molta, anche se nessuna classifica la rileva.

Testi, musiche ed arrangiamenti: Daniele Castellani.
Daniele Castellani: chitarra elettrica, voce, basso. Massimo Colla: chitarra acustica ed elettrica. Alessandro Sartori: batteria e percussioni. Stefano Papetti:  tastiere.
Registrato al Vox Studio di Reggio Emilia da Andrea Fontanesi.

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