Daniel Keyes: “Una stanza piena di gente” (1981) – di Nicholas Patrono

Secondo l’attuale versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il DSM-V, il “disturbo dissociativo dell’identità” (o DID, Dissociative Identity Disorder) è caratterizzato da “la presenza di due o più identità o stati di personalità separate che a loro volta prendono il controllo del comportamento del soggetto, accompagnato da un’incapacità di evocare i ricordi personali”. A questo si aggiungono altri criteri: il disturbo deve causare un deficit in una o più aree funzionali (il lavoro, la vita sociale, ecc.) e le cause non devono essere attribuibili all’uso di sostanze psicoattive o stati di trance tipici di certe culture. Questo disturbo, volgarmente detto “personalità multipla”, è uno dei più conosciuti anche dai non studiosi di psicologia e psichiatria, complice l’enorme diffusione nei maggiori canali mainstream. In tv, cinema, letteratura e perfino in musica se ne parla ampiamente, spesso in termini romanzati. Tra gli altri, da segnalare il librodi Daniel Keyes“Una stanza piena di gente” (The Minds of Billy Milligan 1981), la biografia di William Stanley Milligan (14.02.1955 – 12.12.2014), meglio conosciuto come Billy. Dopo un’infanzia e un’adolescenza segnate da eventi problematici, tra cui violenze subite dal patrigno, episodi di “trance” misteriosi e inspiegabili e multipli arresti per crimini minori, nonché tentativi falliti di suicidio, nel 1977 Milligan fu accusato di aver rapito, derubato e violentato tre studentesse in piena mattina. Questo rappresenta il primo caso della storia in cui un imputato è stato assolto, pur essendo dichiarato colpevole degli atti commessi, per la presenza di uno stato di infermità mentale che, al momento della commissione del fatto, aveva pregiudicato la sua capacità di intendere e di volere. Milligan soffriva appunto di disturbo dissociativo dell’identità: 23 diverse personalità prendevano, a turno, il controllo del suo corpo o meglio, ad alternarsi erano le personalità principali, dette “i Dieci”, mentre le altre tredici erano state “bandite”, in quanto indesiderabili perché pericolose. Daniel Keyes ha ricostruito la vita di Milligan, attraverso il contributo di diversi psichiatri e di Milligan stesso, una volta raggiunta dal ragazzo una sorta di stabilizzazione, in seguito a lunghe terapie. “Il Maestro”, una ventiquattresima personalità generata dalla fusione di tutte le altre, raccontò a Keyes gran parte dei dettagli e degli eventi riportati nel libro. Ciò che è interessante in questa opera è l’approccio realista di Keyes che, per quanto narri una vicenda ai limiti dell’incredibile, si basa su dati oggettivi e dialoghi con persone reali. Certo, resta pur sempre un adattamento letterario e Keyes è uno scrittore, non uno psichiatra. Questa è una lettura da approcciare in modo critico, senza prendere ogni fatto narrato come necessariamente veritiero. Lo stesso Milligan fu accusato di essere un bugiardo e un simulatore, e gli esperti tuttora si dividono tra chi crede all’esistenza di questo disturbo e chi la mette in dubbio. Ad esempio, il dottor Joel Paris, nel suo articolo “The rise and fall of dissociative identity disorder”, pubblicato nel 2012 per The Journal of Nervous and Mental Disease, illustra come molti studiosi, tra gli anni 80 e 90, siano rimasti colpiti dall’alta frequenza di diagnosi di questo disturbo che tempo prima era risultato sempre molto raro. Paris teorizza che la causa di questo “boom” di diagnosi sia da ricondursi all’esagerato contributo dato dalla cultura di massa e alla sua “diffusione mainstream”. In breve, Paris sostiene che i ricordi dei pazienti con disturbo dissociativo dell’identità potrebbero essere creazioni indotte dai terapeuti. L’articolo del dottor Paris è stato criticato da altri esperti, il che mostra come anche solo l’esistenza di questo disturbo sia oggetto di aspre dispute all’interno della comunità scientifica. È in quest’ottica che si può consigliare la lettura della controversa storia di Milligan: senza preconcetti, ma con la necessaria apertura mentale per approfondire una faccenda inquietante e misteriosa, per soddisfare un senso di curiosità, astenendosi dal giudicare, compito che spetta a chi è competente nel settore e ha studiato anni per farlo. Il tutto per evitare stigmatizzazioni e riduttive semplificazioni che possono condurre alla superficiale equazione che accosta malattia mentale a violenza. Di ragionamenti euristici del genere, ne esistono a manciate, in tutti gli ambiti, dal cinema alla letteratura. Vi sono però rare e piacevoli eccezioni sia in ambito letterario, come appunto la biografia di Milligan, sia in campo cinematografico, con Jack Nicholson che interpreta un ossessivo-compulsivo ben caratterizzato in “Qualcosa è cambiato” (1997). Da segnalare, tra gli altri, “Split” (2016), di M. Night Shyamalan: film d’intrattenimento, senza dubbio, ma che tratta in maniera fin troppo fantascientifica l’argomento. È palese come il regista indiano si sia ispirato alla vicenda del caso Milligan nella stesura della sceneggiatura. Kevin, il protagonista di “Split”, ha 23 personalità distinte e la ventiquattresima appare come la più forte e spaventosa di tutte e, all’inizio del film, questi rapisce tre ragazze…suona familiare?

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