Damien Chazelle: “La La Land” (2016) – di Lisa Costa

Sette premi su sette vinti ai Golden Globe, 14 nomination record ai prossimi Oscar… è La La Land, il film ormai sulla bocca di tutti. Amato, definito un capolavoro, odiato, definito sopravvalutato. Davanti a questa pellicola ci si divide ma non dovrebbe essere così. Perché La La Land è quello di cui il cinema, oggi e noi, ora, abbiamo bisogno: la Bellezza. Questo è un film leggero, colorato, sognante, romantico e divertente ma non ci risparmia colpi bassi, malinconia e un finale non certo lieto.
Partiamo dall’inizio, da quell’incredibile scena iniziale in mezzo al traffico, con la macchina da presa che fa piroette degne dei ballerini all’opera, senza mai staccare, in un piano sequenza che fa scattare subito l’applauso, e così è stato nella proiezione per la stampa al Festival di Venezia lo scorso anno. Siamo a Los Angeles, la città dei sognatori, la città delle stelle. Qui, Mia sogna di diventare attrice, passando di provino in provino, arrangiandosi facendo la cameriera all’interno dei Warner Studios. Qui, Sebastian sogna di aprire un jazz club  tutto suo, per far vivere e sopravvivere una musica che in tanti odiano a priori, senza conoscerla. I due si incontrano, si scontrano, a più riprese. Inseguendosi, ballando assieme e infine innamorandosi. Cinque stagioni, da inverno a inverno, dove gli abiti sono sempre leggeri e sfavillanti, per raccontarci una storia d’amore tra due sognatori squattrinati che nasce, cresce e rischia di fermarsi. Sembra banale (vero?) ma non lo è. Non lo è per la genuinità del racconto, per l’autentica alchimia tra Emma Stone e Ryan Gosling, per come Damien Chazelle ci racconta il tutto. Non solo attraverso balletti e canzoncine ma anche attraverso omaggi alla Hollywood dei tempi d’oro, in una creazione che si fa nuova, profonda e alla portata di noi tutti. Questa è la vera forza di La La Land, il suo parlare a noi, pubblico di sognatori che di cinema e musica viviamo; e scriviamo, sperando sempre nella grande occasione, mettendoci sempre anima e corpo. Con quest’animo, quello più puro, pieno di speranze e di romanticismo che no, non può essere un’offesa: una parola banale ma deve emergere La La Land. Passando all’aspetto  tecnico poi, il film è un qualcosa di eccezionale, con Damien Chazelle che alla sua opera numero tre non smette di mostrarci e farci vivere la musica. Già con il piccolo esordio “Guy and Madeline on a park bench” ci ha mostrato le potenzialità di un musical dove canti e balli esprimono alla perfezione umori e sentimenti dei protagonisti. Anche in “Whiplash” ci ha trasportato dentro la forza dirompente del Jazz.
Al terzo atto della sua carriera il regista combina le due cose, riuscendo ad incantare e stupire sia attraverso piani sequenza portentosi che attraverso un montaggio serrato di musica live. In più, dirige due attori che non sono né ballerini né cantanti, rendendo Emma Stone superba, capace di tenere inchiodati in quella scena madre che è Audition… lei sola, nel buio, la sua voce a rompere le barriere, la sua canzone dedicata anche a noi, sognatori. A comporre tutte le musiche, l’ex compagno di classe del regista, Justin Hurwitz che incanta con la sua malinconia, in leitmotivs che non se ne vanno dalla testa, in melodie malinconicamente perfette che hanno il loro culmine in City of Stars. Impossibile trattenersi, impossibile non godersi tutto il film con quel sorriso ebete e innamorato stampato in volto; impossibile non ancheggiare, muoversi a ritmo di quelle danze spontanee ma preparate al minimo dettaglio; e impossibile non commuoversi in quel finale inaspettato che regala altri attimi di magia che fa però più male. Quel finale, come quell’inizio, che al sole lascia il posto delle luci della ribalta, che ribalta quell’inizio, quel primo scontro, e ci porta avanti, in un futuro ormai impossibile e dolorosamente bello. Il lieto fine, non c’è, o forse sì, forse, per quei sognatori; per loro, Mia e Sebastian, per noi, pubblico, va bene anche così. I paragoni si sprecano, pescando tra i grandi classici del genere (da “Cantando sotto la pioggia” a “West Side Story”) omaggiati qua e là; e classici moderni con cui ci si confronta, come un “Moulin Rouge!” Meno complesso, meno musical La La Land?. Alla fine, quel che resta è questo Film con il suo Cinemascope, con le sue citazioni e con i suoi omaggi che può tranquillamente diventare un altro Classico da amare per sognare ancora.

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