Dalton: “Papillon” (2020) – di AldOne Santarelli

I cugini Dalton questa volta sono finalmente riusciti a vendicare i Quattro di Coffeyville e Lucky Luke non ha neanche provato a fermarli. Quattro fratelli per quattro fratelli. La storia è presto detta. Con “Papillon” la banda Dalton mette a segno il suo colpo migliore dal clamoroso esordio criminale di “Come stai?“, album del 2015 che a partire dalla copertina si rifaceva ai dischi di fine anni 70 / inizio 80 della serie LineaTre RCA, chiaro manifesto di intenti che svilupperemo più avanti. Nei due anni a seguire i quattro hanno consolidato fortemente la loro fama, tra bandi di cattura disseminati su tutto il territorio nazionale con live infuocati assieme a nomi di livello, con contorno di piccoli colpi sotto le sembianze di partecipazioni a compilation (“Una canzone per il Rojava“). Nel 2017 seguiva il loro secondo disco, “Deimalati“: una rapina con scasso, realizzata senza poter progettare il piano nei particolari a causa di vicende legate alle modalità e allo studio di registrazione di allora.
Nonostante ciò, si confermavano la felice vena compositiva e le illuminate scelte musicali della banda: Joe Giallo (voce e chitarra), Jack Leggieri (chitarra e voce), William Catalano (basso e voce) e Averell Alessietto (batteria e voce). Ovvero la banda Dalton, capace di scaraventare nel fosso tutti i Lucky Luke e di mietere seguaci tra i buoni oltre ai cattivi. Con i primi due album i Dalton sorprendevano tutto l’ambiente, sviluppando temi molto personali che proiettano emozioni e ricordi d’infanzia, disagio interiore, difficoltà oggettiva nell’accettare la realtà e perfino ecologismo (Gaia), mantenendo saldo il legame con l’area di provenienza sociale e musicale, a metà strada tra lavoro duro, disoccupazione latente e attitudine street punk. Preceduto dal 7” Ci siamo persi (Fantasmi) / Gudbuy T’Jane, (Hellnation Records), quest’ultima cover degli osannatissimi alfieri del bootboy rock – gli inglesi Slade – e da una partecipazione alla compilazione “Caos in Italia, il nuovo album, “Papillon” (Hellnation Records 2020), è connotato da produzione e masterizzazione di alto livello, rispettivamente di Glezös e Francesco Terrana, con coproduzione esecutiva di Robertò Gagliardi. A questo si aggiunge la partecipazione straordinaria di un attore tra i più amati – anche grazie alla sua vocazione rockettara – come Marco Giallini, che apre le ostilità recitando Li du’ gener’ umani, famoso sonetto di Gioachino Belli felicemente in linea con il tema compositivo dei nostri. Un segmento del sonetto ritorna in In disparte messi da parte (Sottoproletariato), reggae bianco in stile Clash/Ruts che sfocia in un punk torrenziale a sostegno di un notevole testo Pasoliniano. I più attenti ricorderanno il primo album dei Dalton che si concludeva su una poesia di Trilussa, mentre il brano d’apertura era un rifacimento di “Guarda Roma, testo poetico di Angelo Fieni, a ribadire il forte legame con le radici capitoline del gruppo).
I nove brani di “Papillon” sono tutti potenziali singoli: L’ appartamento, Marianne, Qui Quo Qua, Sottoproletariato (inclusa Se la mia pelle vuoi di Battisti / Mogol dall’album “Amore non amore” del 1971) e via via tutti gli altri sfociano in un filo temporale di street punk, canzone d’autore anni 70 e rock’n’roll, con i testi e le armonie del duo Giallo / Fabio Leggieri, sapientemente sostenuti dalla brillante base ritmica di Sandro Catalano e Alessietto.
A completare l’opera hanno contribuito la registrazione di Valerio Fisik (Hombre Lobo Studio/Roma), la produzione del già citato Glezös, il mixaggio di Andrea Brancatelli (Raged Studio/Roma) e la masterizzazione di Francesco Terrana presso il Prisma Studio di Carpi. Marco Giallini è stato registrato al Bluebird Studio (Fontenuova/Roma) da Difra e Rocco Giallini, mentre gli inserti vocali in Marianne sono di Lady Elettro (vera icona punk al femminile). Hanno inoltre collaborato ai cori Maurizio Papacchioli (Gli Ultimi), Alberto Caci (Shots In The Dark) e Claudio Leggieri (Lenders); gli interventi alle tastiere sono opera di Andrea Brancatelli, David Shiny D’AssuntinoGlezös; al sax Danilo Marocchi e, infine, l’umile sostanziale contributo di Fabrizio Stefanoni agli approvvigionamenti, il coordinamento di AldOne Santarelli.
Il tutto al servizio del tema conduttore dell’album, a partire dal titolo. Ovvero un anelito alla libertà in ogni sua forma: individuale, sociale, mentale, fisica e spirituale, attraverso una quotidianità che sulla carta regala poche chances. “Papillon” è uno dei migliori album indipendenti/alternativi degli ultimi anni, pensato e sudato da una band di irresistibile appeal e sostenuto da un lavoro di produzione e comunicazione come non si vedevano da tempo. Mancarlo sarebbe un furto al nostro personale godimento sonoro. Non ci serve altro per trasformarci da bruco in farfalla.

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