Dal Blu al Nero – di Bartolo Federico

Bisognerebbe bruciare il passato e lasciare solo cenere dietro di sé. Riaprire il fiotto dei sogni e partire dal primo che si è fatto quando si era ancora giovani e innocenti. Cercare nuove direzioni, nuovi punti di arrivo e, quindi, nuovi punti di partenza. Squadrai il cielo sopra la mia testa che restava fuligginoso, mentre sgocciolava fallimenti, rovine e grandi dubbi che mi incrostavano l’anima. Avrei voluto dormire ascoltando il vento capriccioso e saziarmi di un lungo sonno ristoratore. Avrei voluto vivere nell’esercizio della mia solitudine, senza quell’ansia che mi distruggeva l’esistenza… ma non riuscivo a darmi risposte. Così quel brandello di dignità che mi attraversava mi aiutava a tenermi a galla. Anche se era diventato parecchio complicato stare sulla stessa barca con quella parte di me che non amavo più. Il pericolo era di fraternizzarci. Non ci avrei messo poi molto a tradirmi. Scesi dall’abitacolo e tornai sui miei passi verso il mio stambugio. Ero pallido e stanco. Avevo lasciato la casa di Luisa dopo averci fatto l’amore con rabbia e avidità ma il morso delle mie vergogne mi condizionava da sempre la vita. Ero un precario dei sentimenti come del lavoro. Cosa avevo da offrirgli se non la mia stessa confusione? Probabilmente era il momento di fare quella puntata balorda e giocarmi i numeri alla ruota del lotto rimanendo in attesa del miracolo di diventare ricco ma non avevo mai creduto abbastanza che questo potesse accadermi da dedicargli tempo e denaro. Però non c’era nulla di male a immaginarmi nelle vesti del vincente. Il risultato fu così buffo ai miei occhi che scoppiai a ridere sconciamente. Lì da solo in mezzo alla strada. Rientrai in casa e bevvi un sorso a canna dalla bottiglia di gin che era riversa sul tavolo della cucina. Afferrai dallo scaffale nel reparto operai della musica Willy And The Poor Boys” dei Creedence Clearwater Revival, anno 1969. Tirai un altro sorso a canna e cominciai a sentirmi meglio. La musica, da subito, mi catapultò sulle sponde del grande fiume che attraversa l’America, mentre la voce di John Fogerty, lacerata e colma d’anima, mi travolgeva. Quella voce, che pare sia sempre sul punto di spezzarsi, sprigiona un’energia e una passione che ti afferrano le pareti dello stomaco, facendotele arricciare. C’è tutto in quelle semplici canzoni: voglia di vivere, di combattere e fierezza di essere duri e puri. Tutte cose che quelli come me non sentono più da molto tempo ormai. Persone che avevano confidato nel potere magico della musica per crearsi l’esistenza. Che su tre accordi hanno adagiato i propri sogni, e con molta probabilità hanno perso più di un occasione nella vita. Che sul treno dei finti sorrisi non ci sono mai voluti salire per restare fedeli a se stessi. Persone che hanno pianto come bambini, con l’angoscia nel cuore, cozzando la testa contro le pareti del mondo. Uomini che si sono trascinati nel buio della notte e che, sbandati e confusi, non hanno trovato più la strada di casa. 
My my, ehi ehi, il rock and roll è qui e ci resterà. E’ meglio bruciare fino in fondo che dissolversi nel nulla. My my ,ehi ehi. E’ uscire dal blu ed entrare nel nero. Ti danno questo, ma paghi per quello. E una volta che sei andato non puoi più tornare. Quando sei uscito dal blu. Ed entrato nel nero”. My my, ehi, ehi (Out of the blue)
Sono poche le cose che ci legano al passato ma alla fine sono proprio quelle che fanno più male. Mi sdraiai sul letto, nella penombra con un bicchiere sul petto, ascoltando “Live Rust” di Neil Young, anno 1979. Un doppio album dal vivo registrato nel 1978 al Cow Palace di San Francisco, dove Young, con la sua chitarra acustica, prima si scioglie dentro le sue ballate dolenti e poi, insieme ai Crazy Horse, dà vita ad un set elettrico ad alta intensità emotiva: Like A Hurricane, Cortez The Killer, My My Hey Hey, Cinnamon Girl, Powderfinger, sono proiettili devastanti che mi hanno lasciato segni profondi sulla pelle, sui nervi, nella pancia dell’anima. Almeno fin quando non è sopraggiunta la rassegnazione. “Live Rust” è il disco con cui mi avvicinai a questo pazzo furioso che fin li avevo tenuto a debita distanza. Perché ero giovane e ribelle e i Clash erano il mio unico credo. La musica di Neil, in quei giorni, era il punto di riferimento di una generazione che in qualche modo consideravo già vecchia… ma era nella natura delle cose e della vita dovermi incrociare con quest’uomo. Un inquieto sognatore notturno, la cui esistenza è costellata di fantasmi.
Quando lei se ne andò, lui morì, ma continuò a fingersi vivo. Quando lo vedrai, capirai che niente può liberarlo. Fatti da parte, cedigli strada: è il solitario”. (The Loner).
S
draiato sul letto pensai a Luisa e al suo corpo caldo e vibrante mentre facevamo l’amore. Mi sentii come se avessi lasciato le mie tracce sulla battigia e al mio ritorno non c’era più nulla. La mattina del giorno dopo decisi di fare un giro in macchina sulla statale 113. Quando avevo  bisogno di raccattare i cocci, quello era il mio luogo preferito. La 113 è una strada lunga e silenziosa, che cammina a ridosso del mare. E’ un percorso dai lunghi rettilinei, quasi sempre deserti. Come una canzone dei Velvet Underground. Il vento che era venuto giù faceva increspare le onde, intanto che un flebile sole si faceva largo tra le nuvole nere che schiamazzavano nel cielo. Quel paesaggio rendeva la strada svogliata, al pari di quei grigi villini per le vacanze di cui era attorniata. Ad un tratto mi si parò davanti, con la sua bicicletta e lo zaino legato al portapacchi, uno che veniva da un’altra era. Arrancava lentamente, senza una meta da raggiungere, quel figlio dei fiori. Come il vento, andava dove credeva. Lo superai, osservandolo dallo specchietto retrovisore rimpicciolirsi. Mi sembrò che avesse la faccia serena. 1967 a San Francisco. Andava in scena la rivoluzione. Ventimila anime che inseguivano un sogno comune si erano riunite al Golden Gate Park, in quella che fu definita l’estate dell’amore, per ascoltare gratuitamente i Grateful Dead e i Jefferson Airplane. In città erano giunti da New York, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso appena uscito dal carcere, per unirsi al poeta e letterato Kenneth Rexroth. Gli hippy prendevano allucinogeni e si decoravano i capelli con i fiori, mentre a Berkeley i movimenti studenteschi si scontravano con la polizia reclamando diritti civili. Nella vicina Oakland dei duri, quali erano Eldridge Cleaver, Huey Newton e Bobby Seale, fondarono l’organizzazione radicale delle Pantere Nere.
Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada: è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Hey, sto danzando giù nella strada, è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Non è sorprendente tutta la gente che incontro? E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Una generazione è invecchiata, una generazione ha trovato la sua anima” (Volunteers – Jefferson Airplane). 
La prima volta che i Jefferson Airplane cantarono questa canzone fu nella radura di Woodstock il 21 agosto 1969, davanti a 500.000 persone, con rabbia e passione. Nel novembre dello stesso anno venne pubblicato “Volunteers”, un disco che è anche un manifesto politico, apertamente sovversivo. We Can’t Be Together apre l’album e spara subito a zero contro le repressioni anti-libertarie dell’America di Nixon e di Kissinger. I Jefferson Airplane, per non disgregare il messaggio politico, cercarono di unire coerentemente parole e musica, in questo aiutati dalla  presenza di ospiti illustri. In The Farm Jerry Garcia suona la pedal steel, creando un’atmosfera prettamente rurale. Wooden Ships, regalata dal duo Crosby e Stills, presenti entrambi, è sinistra nel suo incedere e parecchio inquietante. Jorma Kaukonen incrocia la chitarra con quella di Jerry  Garcia in Hey Fredrick, mentre Grace Slick canta con profonda emozione. L’incedere country di A Song for All Season sembra anticipare di qualche anno Sweet Virginia dei Rolling Stones, forse per la presenza nel disco del pianista Nicky Hopkins, poi alla corte delle pietre rotolanti, che ricama e caratterizza le canzoni con il suo distintivo suono. Questo disco, comunque sia, suggella la comunanza d’intenti e quel senso di fratellanza che avevano in quegli anni tutti i musicisti della Baia. “Volunteers” è la fine di un’epoca ed è come una capsula del tempo. La si può schiudere e tornare ai giorni in cui era bello sperare che la musica potesse cambiare il mondo. Viaggiando, fatti di benzedrina, su camion che ti avevano raccattato nella notte da qualche parte in mezzo al deserto.
Questa generazione non ha mete da raggiungere: raccogliete il grido. Hey, adesso è il momento per voi e per me. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Su, venite, stiamo marciando verso il mare. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Chi vi spazzerà via? Saremo noi. E chi siamo noi? I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika” (Volunteers – Jefferson Airplane).
Andai all’edicola e comprai un quotidiano. Poi mi diressi all’ufficio di collocamento e mi misi in coda, in fila indiana, con il numerino in mano, aspettando il mio turno. Nell’attesa sfogliai le pagine politiche del giornale. Sempre la stessa tiritera, bugie su bugie. Tirai dritto e andai alla pagina della musica. Lessi una recensione inconcludente dell’ultimo album di Leonard Cohen e mi chiesi perché certi giornalisti dovevano campare alla grande, pagandosi regolarmente il mutuo, scrivendo corbellerie su corbellerie… mentre altri, che di meriti potevano riempire il giornale, dovevano vivere nel limbo. La spiegazione me la diedi da solo. Erano anche loro figli del vento, nati senza la lingua a pennello. Sentii puzza di merda nell’aria. Allora pensai a Luisa e solo a lei.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *