Dadamah: “This is not a dream” (1992) – di Gianluca Chiovelli

Il neozelandese Roy Montgomery è uno dei segreti meglio custoditi della musica contemporanea. La sua produzione non ha mai avuto cedimenti, confermandosi, nella sua espressione solista o nelle collaborazioni (Hash Jar Tempo, Dissolve), di livello altissimo, ma, nonostante ciò, sembra sfuggire non solo al riconoscimento pieno delle sue capacità, ma anche alla sbrigativa notazione encomiastica. Con i Dadamah (Kim Pieters, basso e voce; Janine Stagg, tastiere; Peter Stapleton, batteria) Roy Montgomery lascia intravedere da subito una delle prime prove, con uno spessore compositivo ed intellettuale cospicuo, oltre a regalarci uno dei dischi fondamentali dei Novanta.
“This is not a dream” (1992), difatti, informato proprio dall’onirico strumming di Montgomery, non pare un richiamo dotto alla provocazione di René Magritte “Ceci n’est pas une pipe”, ovvero “Questa non è una pipa”? Il grande belga aveva vergato tale asserzione in calce alla pittura d’una pipa significando, in modo logicamente ineccepibile, che l’oggetto dipinto non era quello reale, ma solo la rappresentazione d’esso (e però la pipa si vedeva, eccome). Allo stesso modo Montgomery vuol dirci: questo non è un sogno, ma solo la rappresentazione musicale del sogno (e, tuttavia, il disco cos’è se non l’evocazione a occhi aperti di un languido sogno passato?). Il titolo d’un successivo lavoro del Nostro, “The allegory of hearing” (2000), prova, forse, la non temerarietà di questa interpretazione. La cifra di “This is not a dream”, è quindi, come detto, il sogno o, meglio, come suggerito dianzi, la sua ricreazione mediata dalla musica. Sogno di cui il disco conserva la peculiare indefinitezza, allo stesso modo d’un oggetto percepito traverso la smerigliatura d’un cristallo. L’inveramento artistico, che pur varia dalla ballata liquida (le bellissime High tension house, High timeNicotine e Prove) alle accelerazioni di Brian’s children e Radio brain, sino alla concitazione trattenuta di Scratch sun, rimane fedele a tale caratterizzante proprietà. Il fascino dell’opera risiede in una generale sospensione e indeterminatezza (l’organo bislacco, la riuscita simbiosi vocale fra una Pieters à la Patti Smith e i toni profondi di Montgomery, la batteria velvettiana, lo strimpello della chitarra) che, se allude in parte all’ensemble notturno di Warhol (suggestione ascrivibile soprattutto all’incedere di Papa Doc, ricalco evidente del ritmo di Waiting for my man), se ne distacca per l’assenza delle precise coordinate, sociali e geografiche, di quel milieu irripetibile. Le successive incarnazioni di Roy Montgomery esploreranno questo lato profondo e dilatato (riuscendo anche nella preterizione della sezione ritmica) sino a pervenire ad una psichedelia rarefatta di cui Dadamah è il prodromo di pari valore. Per fine febbraio è attesa una raccolta celebrativa del disco per Grapefruit Records.

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