D Generation: “Nothing Is Anywhere” (2016) – di Nicola Chinellato

Jesse Malin e New York. Un binomio inscindibile e che dura da sempre, da quando, cioè, il nostro eroe allora giovanissimo, cominciò a calcare i palcoscenici (erano gli anni 80) a capo degli Heart Attack, seminale band hardcore, che, leggenda vuole, venne scartata dal CBGB’s, perché composta da soli minorenni, la cui età era quindi incompatibile con l’elevato tasso alcolico del locale. Un feeling, quello vissuto con la propria città di nascita che ha sempre portato Malin a interpretare al meglio i fermenti musicali della Grande Mela, muovendosi, prima, sulla debordante scena punk e poi, ritagliandosi una nicchia di consensi, attraverso un rock verace, grezzo e diretto, in debito di ispirazione verso Bruce Springsteen, Willie Nile e Ryan Adams (che, per la cronaca, ha anche prodotto il primo disco solista di Malin). Prima di viaggiare da solo, Malin mise in piedi, però, il progetto D Generation, una band che negli anni 90 rilasciò un filotto di tre dischi, onesti e rumorosi, suonati all’insegna di un gagliardo punk rock, dai volumi esagerati e chitarre urticanti. Il progetto fu abbandonato dopo la pubblicazione di “Through The Darkness” (1999), la cui diffusione restò privilegio di pochi appassionati; tuttavia, il combo non si sciolse mai ufficialmente, e tornò a suonare dal vivo, dieci anni dopo, nel 2011.
“Nothing Is Anywhere” è quindi figlio legittimo di quella estemporanea reunion e del ritrovato smalto di un quintetto che, nonostante il lungo iato, continuava a mordere il freno, divorato dall’impazienza di vedere l’effetto che fa rockeggiare duro alla soglia dei cinquant’anni. Il risultato è tutt’altro che una minestra riscaldata: il sacro fuoco brucia ancora, le chitarre spadroneggiano gagliarde e il divertimento è assicurato dalla prima all’ultima canzone. Tanta energia, dunque, per una scaletta che ringhia feroce nel punk rock di Queens Of A, che caracolla sporca e cazzuta in Lonely Ones, che si gonfia nervosa nell’arrembante Militant o diventa ammiccante e orecchiabile nel power pop di Mercy Of The Rain.
Tutta roba buona, dunque, che testimonia un ritorno sulle scene consapevole e ben confezionato: la misura compositiva è infatti l’elemento decisivo di tredici canzoni che miscelano furia e ganci melodici irresistibili e che ci fanno riscoprire il godimento primordiale del rock’n’roll. Con “Nothing Is Anywhere”, infatti, si salta, si balla, si urla a squarciagola e si schitarra in salotto. Niente di nuovo, certo, ma tutto molto figo.

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