Cyndi Lauper: “Time After Time” (1983) – di Cinzia Pagliara

Interno casa, Lei. Ogni sera, rientrando a casa, compiva gli stessi gesti, meticolosamente. Toglieva la mascherina e i guanti, lasciava le scarpe sul balcone, si lavava accuratamente le mani (contando in mente i secondi per non sbagliare, lentamente, fino a 40) si sciacquava il viso quasi con rabbia (a cancellare i germi, o forse solo la stanchezza della giornata), indossava la tuta grigia da Rocky mentre saliva di corsa la scalinata e poi, invece del segno di vittoria, si accasciava sul divano, in silenzio. Piangeva a volte, senza pudore, protetta dalla solitudine asettica della sua casa. Erano giorni asettici, in sale asettiche, tra gente asettica dentro tute da astronauta. Solo gli occhi parlavano, con pazienza. Giorni asettici ma dolorosi, che restavano addosso anche dopo le docce, dopo i gel disinfettanti, dopo il sonno. Lo sapeva, che sarebbero rimasti addosso per sempre. Non riusciva mai a prendere sonno, nonostante la stanchezza le fosse entrata fin dentro le ossa, aveva sempre davanti lo sguardo di qualcuno che le chiedeva aiuto, speranza, certezza. “Lying in my bed, I hear the clock tick and think of you caught up in circles”, chissà perché le era tornata in mente quella canzone che le piaceva da ragazza, proprio mentre provava a cercare parole che sapessero aiutare. “If you are lost, you can look and you will find me, time after time…” Ci sarebbe stata, lo aveva promesso, a quegli sguardi. Ci sarebbe stata ogni volta.
Interno casa, Lui. Gli avevano dato la notizia con garbo, ma senza tante parole. Suo padre se ne era andato, anche lui, come tanti, come troppi. Aveva pianto, ma non nel modo giusto, perché anche il dolore era diverso, era comune ma non condiviso. Ognuno con un dolore privato e nascosto, indicibilmente solo. Un dolore mischiato a numeri e percentuali, violato nella sua sacralità, svuotato di ogni memoria. Tornato a casa aveva tolto la mascherina e i guanti e si era lavato le mani, stordito, abbrutito, con un fastidioso senso di inutilità addosso. Solo con il suo vuoto, in attesa dei ricordi. Ma arrivava solo il saluto attraverso una vetrata, quel braccio così scarno che si alzava in un cenno che avrebbe voluto rassicurare. Come ogni padre, voleva solo sapere che lui stesse bene. “Watching through windows you’re wondering if I’m ok, secrets stolen from deep inside”. Pensò a lei, le venne voglia di chiamarla, di sapere come stava dopo un’altra giornata in ospedale, di dirle che c’era, che non era sola, non era sola. Il telefono squillò precedendolo e la voce di lei lo accolse con un “sono qui” che gli sembrò la frase più bella che si potesse mai dire. “If you fall, I will catch you, I will be waiting, time after time, time after time”. Il tempo esiste solo se ne hai paura.

Lying in my bed, I hear the clock tick and think of you / Caught up in circles
Confusion is nothing new / Flashback, warm nights / Almost left behind
Suitcase of memories / Time after / Sometimes you picture me
I’m walking too far ahead / You’re calling to me, I can’t hear
What you’ve said / Then you say, “go slow” / And I fall behind
The second hand unwinds / If you’re lost you can look and you will find me
Time after time / If you fall, I will catch you, I’ll be waiting / Time after time
If you’re lost, you can look and you will find me / Time after time
If you fall, I will catch you, I will be waiting / Time after time
After my picture fades and darkness has / Turned to gray
Watching through windows / You’re wondering if I’m okay
Secrets stolen from deep inside (deep inside) / And the drum beats out of time
If you’re lost you can look and you will find me / Time after time
If you fall I will catch you, I’ll be waiting / Time after time
If you’re lost, you can look and you will find me / Time after time
If you fall, I will catch you, I will be waiting / Time after time
Time after time / I’ve got a suitcase of memories that I almost left behind
Time after time / Time, time, time / But you say to go slow but I fall behind
Time after time after time (after time, oh).

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