Crosby, Stills, Nash & Young: “Déjà Vu” (1970) – di Fabrizio Medori

Il successo dell’omonimo disco di Crosby, Stills e Nash, l’anno precedente, era stato clamoroso, e aveva dato fama e visibilità internazionali, oltre che ai tre artisti, anche ad un genere musicale completamente nuovo, la West-Coast music. Il festival di Woodstock li vedeva tra i maggiori protagonisti, con l’aggiunta di Neil Young che, però, non aveva acconsentito ad essere ripreso nel famosissimo film che testimonia l’evento. L’epoca in cui uscì “Déjà Vu” è particolarmente importante perché, se da un lato stava finendo il sogno degli anni 60 (il disco esce poche settimane prima dello scioglimento ufficiale dei Beatles), dall’altro l’immenso pubblico dei giovani di tutto il mondo stava aspettando a braccia aperte nuovi suoni e nuovi eroi da venerare. Lo strano quartetto (formato da un losangelino già conosciuto come membro dei Byrds; un texano che aveva fatto parte dei Buffalo Springfield; un inglese proveniente da Manchester, dove aveva conosciuto la fama con gli Hollies ed un canadese già compagno di viaggio di Stills nei Buffalo Springfield) aveva colpito il presidente della Atlantic, Ahmet Ertegun, che aveva investito tempo, soldi e risorse nel progetto. I giovani americani impazzirono immediatamente per questo strano gruppo che, in nome della fratellanza universale e di quello che restava degli ideali hippie, presentava loro una musica particolarmente varia, che spaziava dalla ballata acustica alle lunghe cavalcate elettriche, dal folk al blues, dal Rock’n’Roll alla psichedelia. Il disco del quartetto era attesissimo da enormi schiere di giovani che, negli Stati Uniti, avevano avuto l’opportunità di ascoltare il supergruppo dal vivo. Un’altra caratteristica essenziale era data proprio dal fatto che i quattro non erano cresciuti insieme, essendo già dei professionisti piuttosto conosciuti. Lo stesso Neil Young, inizialmente meno noto degli altri perché non aveva partecipato al primo disco, si rivelò da subito il beniamino delle folle ed il più prolifico autore, tra i quattro. Mancava soltanto la coesione tra i membri della band, ognuno dei quali era sempre pronto, in ogni momento, a fare le valigie e piantare in asso gli altri. Infatti il progetto comune non ha mai raggiunto una stabilità degna del propri livello artistico. I quattro, tutti cantanti/chitarristi (con lo stabile supporto di Dallas Taylor alla batteria e Greg Reeves al basso), per registrare “Déjà Vu” occuparono gli studi di registrazione per un tempo piuttosto lungo e, spesso, registrarono senza l’apporto dei “soci”. Nonostante ciò, produssero un disco che, dopo migliaia di ascolti, ti prende ancora dritto al cuore, perché si avvicina parecchio alla perfezione. Il primo brano del disco si intitola Carry On e ricorda un po’ Suite: Judy Blue Eyes (entrambe sono di Stills) che apriva il disco di C.S.N. del 1969, un’altra piccola suite che si trasforma da inno corale acustico in un bel rock elettrico. Segue Teach Your Children, un leggero country rock nel quale Graham Nash canta di come gestire le dinamiche familiari. Subito dopo i suoni acidi e distorti di Almost Cut My Hair ci raccontano di come Crosby fosse quasi arrivato a tagliare la sua folta criniera, metafora di una ribellione indomita. Helpless è un acquerello autobiografico che parla della nostalgia di Neil Young per la sua infanzia in Canada, impreziosito dalla struggente slide suonata da Jerry Garcia dei Grateful Dead. L’ultimo brano del primo lato dell’Lp è scritto da Joni Mitchell, Woodstock, istantanea del Festival Rock più importante di tutti i tempi, al quale la cantautrice canadese non aveva potuto partecipare per questioni logistiche. La versione presente su “Deja Vu” trasforma una delicata ballata Flower Power in un bel rock tirato e arioso. Il secondo lato inizia con il brano che intitola il disco, uno dei punti più alti dell’intero canzoniere di David Crosby, aperto da una prima parte scoppiettante, seguita da un chorus altamente drammatico (anche per il contributo di John Sebastian all’armonica) e da un finale profondamente evocativo. Il secondo contributo di Graham Nash è una perla di rara bellezza, Our House, una delicata ballad pianistica dedicata a Joni Mitchell, che all’epoca era compagna e musa ispiratrice dell’autore. Altrettanto delicata e soave è la breve 4+20, di Steve Stills, tutta giocata su un affascinante arpeggio di chitarra alla quale segue un altro capolavoro di Neil Young, Country Girl, ennesima piccola suite che parte con il pieno orchestrale, a contrastare la semplicità del brano che la precede, per poi evolvere nella seconda sezione, con l’orchestra affiancata da pianoforte e chitarre, elettriche e acustiche, in un bellissimo valzer country-rock… per poi esplodere nell’ipnotico ritornello finale, sul quale l’armonica a bocca troneggia in maniera insuperabile. Per il gran finale Young e Stills imbracciano le chitarre elettriche e scrivono un’altra pagina importante del rock americano, Everybody I Love You, inno accorato all’amore universale. Per certi versi CSN&Y ricordano i Beatles: quattro personalità totalmente differenti tra di loro ma perfettamente complementari (un mistico visionario, un ruvido rocker dal cuore tenero, un animo semplice nella sua ingenua onestà ed un eroe romantico, sempre pronto a sfoderare una nuova micidiale melodia) per altri aspetti, invece, sono lontani da loro milioni di anni luce. Gli unici, all’epoca, in grado di raccogliere il testimone dei numeri uno vittime, però, di se stessi: un mare di talento impossibile da gestire.

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Un pensiero riguardo “Crosby, Stills, Nash & Young: “Déjà Vu” (1970) – di Fabrizio Medori

  • novembre 9, 2018 in 3:42 pm
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    Gelo lesa e magica. Un gioiello. La prima volta che la ascoltai mi emozionai e mi sentivo il cuore pervaso di sentimento verso quel suono senza aiuto. Cosa era successo? Non lo so. So solamente che era struggente. Ben venuto dal Canada. Whit love.

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