Crosby, Stills & Nash: “CSN” (1969) – di Fabrizio Medori

Sul finire degli anni 60 si è ormai consolidato il mercato musicale giovanile e la stragrande maggioranza dei dischi venduti in tutto il mondo proviene dalla Gran Bretagna o dagli Stati Uniti. In pochi anni, da quando esistono i Beatles, è nata una vivace e colorata aristocrazia pop, formata da giovanissime star del rock e da tutti quelli che gravitano intorno al pianeta rock. C’è tutta una schiera di ragazzi molto giovani che sta avendo un incredibile successo artistico e commerciale e che inizia a frequentare una serie di luoghi e di case, creando un vero e proprio jet-set internazionale, alternativo a quello dei miliardari e a quello dei divi del cinema. Intorno alla fine degli anni 60è facile che i più famosi musicisti del momento si incontrino, si frequentino e, talvolta, diano vita a estemporanee jam-session o a veri e propri progetti artistici. Uno dei primi e più rivoluzionari supergruppi nasce, piuttosto casualmente, all’inizio del 1969. David Crosby era uscito dai Byrds, che non assecondavano le sue tendenze artistiche delicate e visionarie. Improvvisamente libero aveva iniziato a pensare ad un progetto insieme a Stephen Stills, reduce dallo scioglimento dei Buffalo Springfield, e si incontravano spesso a casa di Joni Mitchell, sulle colline di Los Angeles. Dall’altra parte dell’oceano, in Inghilterra, Graham Nash non riusciva più a trattenere la sua spinta innovativa, scontrandosi sempre più spesso con i suoi compagni, negli Hollies, ampiamente soddisfatti del grande successo raggiunto grazie ad un’infallibile ricetta pop che li portava immancabilmente in vetta delle classifiche dei singoli. Nash, senza preavvisare nessuno, scappò negli Stati Uniti, proprio a casa di Joni Mitchell, con la quale avrebbe subito instaurato una breve ma intensa storia d’amore e, appena arrivato, trovò Crosby e Stills che provavano le nuove canzoni. Lo stesso Nash, nella sua autobiografia, racconta che al suo arrivo a casa di Joni, la cantante chiese ai due amici di far sentire al nuovo arrivato qualche canzone inedita e che, senza nessuna formalità, egli stesso iniziò ad armonizzare Helplessly Hoping e le altre canzoni che gli altri due stavano arrangiando. Da qui a diventare un trio, a quanto pare, il passo fu brevissimo e nella primavera iniziarono le registrazioni di quello che stava per diventare uno dei più importanti fenomeni musicali dell’epoca. L’atmosfera rilassata e delicata, fortemente ispirata dal folk acustico e dalla psichedelica, senza rinnegare totalmente il rock e buttando uno sguardo al jazz, produsse un nuovo modo di proporre la musica, molto rilassato e naturalmente elegante, lontanissimo dallo schema conosciutissimo e sfruttatissimo del rock elettrico. Stills si occupò di quasi tutte le parti strumentali, fatta eccezione per le batterie, suonate da Dallas Taylor, e per qualche chitarra, lasciata a Crosby e Nash ma le voci, vero punto di forza del progetto, furono equamente suddivise tra i tre contitolari del progetto. La prima traccia del disco, composta da Stephen Stills, è Suite: Judy Blue Eyes, una trascinante cavalcata acustica nella quale il texano dichiara il suo amore per la folk singer Judy Collins. Il secondo brano, Marrakesh Express, è la cronaca di un viaggio esotico compiuto da Nash con la prima moglie. Crosby si presenta con la dolcissima e sognante Guinnevere, accompagnata da un perfetto arpeggio di chitarra acustica. La tensione aumenta con You Don’t Have To Cry e Pre-Road downs, scritte rispettivamente da Stills e Nash. Per aprire il secondo lato dell’Lp, Crosby e Stills ci presentano un altro rock, Wooden Ships, una delle pietre miliari di tutta la musica della West Coast, alla quale fa seguito un’altra rarefatta melodia acustica, Lady Of the Islands, questa volta opera di Graham Nash. Altrettanto delicato è l’arpeggio di Stills, piazzato a sostegno delle tre voci principali in Helplessly Hoping. Il disco si avvia alla conclusione con il capolavoro di Crosby, Long Time Gone, brano di punta del Festival di Woodstock, (che pochi mesi dopo segnerà l’apice della cultura hippie) e termina con 49 Bye-Byes, altro brano di Stills, nel quale il suo autore torna alle sonorità rock, attingendo qualcosa anche dal boogie. La copertina del disco, opera di Henry Diltz, li ritrae seduti su un vecchio divano polveroso, dietro una vecchia casa, durante una session fotografica piuttosto informale e amichevole. Quando tornarono sul posto per cercare di rifare la foto che avevano scelto, pochi giorni dopo, la casa era stata demolita, così dovettero utilizzare lo scatto estemporaneo che avevano. Questo disco, indiscutibilmente, segna la nascita di un modo diverso di affrontare la musica, tanto lontano dalla grossolanità del rock elettrico quanto dalla mancanza di fantasia dei campioni del folk rock, capitanati da Bob Dylan, ed apre la strada a tutta una scena musicale nascente, in una stagione musicale particolarmente feconda e arricchita dalle più svariate influenze musicali. Il disco ebbe immediatamente un grosso successo e, per portare il loro repertorio sul palco, il trio aveva bisogno di qualcuno capace di suonare chitarre acustiche ed elettriche, piano e organo, e che avesse pure una bella voce per arricchire ulteriormente i cori. Stills propose agli altri due di provare a coinvolgere un suo vecchio amico, un canadese che aveva suonato già con lui nei Buffalo Springfield… ma questa è un’altra storia e presto ne parleremo.

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