Cromonic: “Time” (2017) – di Bruno Santini

“Time” (2017) è l’album d’esordio della band svedese Cromonic, se non si considera il primo percorso artistico degli stessi (2005-2006) accompagnato dai 12 minuti totali di Rebirth, demo del 2005. Il gruppo di Pasi Humppi esordisce così, formalmente, con un album in cui batteria, chitarra e voce sono le colonne portanti. Un disco che si evolve in se stesso, musicalmente parlando, passando dallo stantio utilizzo di strumenti e voce iniziali, fino al passaggio al più elaborato heavy metal. Pezzi come Tale of Pain, Mental Cry e Prophecy (in particolar modo il secondo) godono di un utilizzo strumentale molto elaborato e a tratti imperversante, con il canto che lascia di fatto spazio alla potenza della chitarra, della batteria, della tastiera. La voce, poi, nel più pacato ritmo di Paradise, riacquista i suoi acuti e i suoi toni caratterizzanti. Come se la band volesse far seguire all’ascoltatore un percorso che si apre con pacatezza e che – inframezzata dal picco di potenza strumentale – si chiude allo stesso modo. Ecco quindi gli ultimi due brani: The Hunt e Dragonsong; in particolar modo quest’ultimo, in forma di lunga ballata a chiusura dell’album d’esordio, ricalca l’atmosferica epica e, a voler esagerare, magica dell’intero “Time”. Un pezzo in cui, come si fa coi titoli di coda, si spegne lentamente tutta quella potenza sprigionata nell’incisione. Una potenza che, però, ancora necessita di ordine e raffinatezza… per i Cromonic è solo l’esordio: la forma migliore (o, almeno, ciò che meglio ci si aspetta) è ancora lontana, anche se ci sentiamo di dare un segno di positivo incoraggiamento.

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