Cristina Gallego e Ciro Guerra: “Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia” (2018) – di Massimiliano Speri

L’incorreggibile testa calda che non riesce a star fuori dai guai, finendo col coinvolgere chi gli vuol bene in un micidiale intreccio di vendette: in quanti film abbiamo visto all’opera questi personaggi squinternati, a partire dall’indimenticato Johnny Boy di “Mean Streets” (1973)? Pedina fondamentale in un meccanismo innescato dall’estinzione di una colpa, e senza nessun messia disposto a sacrificarsi per interrompere la scia di morte. La faccenda, tuttavia, si fa più complicata se, agli avversari in carne ed ossa, si somma la natura altrettanto vendicativa di spiriti ancestrali con cui è meglio non incrociare il cammino, persecutori ben più temibili quando si disattende una loro disposizione.
È questa la scommessa imbastita e vinta dai due registi colombiani Cristina Gallego e Ciro Guerra: un autentico “gangster movie etnografico”, questo “Oro Verde – C’era Una Volta In Colombia” (Pájaros de verano 2018), in cui uomini venali e divinità capricciose (quelle del folklore wayuu, in questo caso) camminano a braccetto e, a certificarne il rigore scientifico, tanto per non farsi mancar nulla, contribuiscono alcuni pregevoli inserti di antropologia visiva (i corteggiamenti pre-matrimoniali, il culto dei defunti, la pulitura rituale delle ossa, l’interpretazione di sogni e presagi, tra cui gli “uccelli” del titolo originale), materiale con cui Guerra aveva già armeggiato egregiamente nel magnifico “El Abrazo De La Serpiente” (2015). Che il cinema malavitoso sia per sua natura religioso” è storia nota (oltre al già citato Scorsese, si pensi anche all’Abel Ferrara di “The Funeral” del 1996), ma una simile trovata, a quanto è dato sapere, mancava ancora all’appello. I codici d’onore dei due mondi diventano così le assi di uno stesso sarcofago, dove seppellire qualsiasi possibilità di riscatto in attesa di tempi migliori in cui nessuno confida più. Questo permette, tra le altre cose, di violare uno dei dogmi dell’approccio cattolico al genere: l’innocenza femminile. Al contrario, in questa virulenta saga di famiglie in lotta, le donne sono malefiche quanto se non più dei loro mariti e figli, spesso le vere capo-clan (clan mafioso, oltre che tribale), aggiornando in negativo il ruolo di figure succubi alla sete di potere maschile. Un flebile spiraglio di luce, tuttavia, sembrerebbe illuminare le nuove generazioni, nella speranza che l’assuefazione al Male possa produrre rigetto anziché incubazione. Altra nota originale, infine, è proprio l’oggetto del contendere, con la marijuana a prendere il posto della coca nella tradizionale narco-economia.
A dispetto dell’attenta ricostruzione e dei riferimenti storici agganciati ai cinque capitoli, l’atmosfera che si respira è ai limiti dell’irreale: appurato lo sfondo colombiano, il dramma è in tutto e per tutto fuori dal tempo e dallo spazio. I quattro occhi dietro alla macchina da presa sono sobri e accurati, la tensione sfiora a tratti vette western, e si perdona volentieri qualche eccesso di zelo (una camera un po’ troppo mobile che cozza con la staticità delle scene dialogiche, una leggera sensazione di sovra-montaggio generale). Le apocalittiche battaglie decisive e il potente finale aperto, con una pioggia incessante a lavare via i litri di sangue versato, rimangono comunque grandi momenti di cinema e, se nel film precedente Guerra quasi palesava i suoi riferimenti (“Dead Man”, “Fitzcarraldo”, “Apocalypse Now”, ecc…), qui riesce a somigliare solo a se stesso. Piuttosto sciocco il sottotitolo italiano: pretendere di incastonare un film così anomalo in un orizzonte di genere è quantomeno fuorviante. Molto apprezzabile, invece, l’inatteso sforzo nel preservare, mediante opportuni sottotitoli, la preziosa sovrapposizione di lingue. Eccellente antidoto contro l’indigesta stoltezza delle nuove serie televisive, “Oro Verde” chiama a raccolta le energie del Cinema più panoramico e stratificato, consegnandoci uno degli indiscussi eventi dell’anno.

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