Creedence Clearwater Revival: “Willy And The Poor Boys” (1969) di Nicola Chinellato

Alla fine degli anni 60, San Francisco è il cuore pulsante della scena musicale statunitense: qui, tra visioni psichedeliche e deliri in acido, prende forma la  nouvelle vague del rock a stelle e strisce, capitanata da gruppi come Grateful Dead e Jefferson Airplane che ben incarnano i fermenti culturali e artistici della città. Frisco, però, è anche il luogo che dà i natali artistici ai Creedence  Clearwater Revival, band formatasi a El Cerrito (piccolo borgo ai confini orientali della città) e capitanata dal chitarrista e cantante John Fogerty; Il quale, a dispetto delle sperimentazioni lisergiche tanto in voga nella bay area, ha in mente un solo concetto: il Revival. Fogerty ama senza mezzi termini gli anni 50, il rock’n’roll primitivo di Chuck Berry, Little Richard e Eddie Cochran, il blues e il folk nelle loro accezioni più pure; e guarda come riferimento stilistico Dale Hawkins, trentenne musicista della Lousiana che rilegge il rock e il blues delle radici con accento sudista, creando un sottogenere che prenderà il nome di Swamp Rock.
In piena rivoluzione power flower, Fogerty attua una sorta di controriforma tradizionalista, rimette al centro del suo progetto il roots rock e la musica nera, scrive canzoni essenziali, utilizza le cover (guarda caso una delle più celebri è proprio Suzie Q di Dale Hawkins) per riaffermare il vincolo col passato. Un’operazione, questa che in mano ad altri poteva risultare una stucchevole operazione di maquillage di sonorità già note, e che, invece, nelle mani di Fogerty e della sua Band si trasforma, con pochi ma straordinari dischi, in uno stile ben definito che sarà la salvezza del rock’n’roll. Così, se si può affermare che senza Elvis Presley i Creedence Clearwater Revival non sarebbero mai esistiti, è altrettanto vero che John Fogerty ha il merito indiscusso di aver traghettato Presley oltre il guado degli anni 60, consegnandolo nelle mani di Bruce Springsteen e Bob Seger, solo per citare due dei nomi che pagano debito verso i CCR
Zeppe di riferimenti ai cinquanta e intrise di una negritudine vibrante, le canzoni di Fogerty mettono al riparo il rock dai mutamenti genetici del nuovo mondo psichedelico, riportandolo a una forma essenziale, selvaggia, stradaiola eppure altrettanto policromatica. John Fogerty è il padrone assoluto della controrivoluzione: la sua penna che omaggia con devozione i classici, ha il potere di trasformare in note melodie pensate per saccheggiare programmazioni radiofoniche e scalare le classifiche; la sua vocepotente e cartavetrata, rievoca il sudore delle piantagioni, possiede la veemenza di un grido definitivo di libertà. Fogerty canta come vorrebbe cantare un nero se solo ne fosse capace: strattona l’ascoltatore, gli graffia le orecchie, gonfiandogli il cuore di ingenuo entusiasmo, per poi spingerlo a liberarsi dai vincoli delle convenzioni, a ritrovare la purezza nella catarsi del ballo. E’ il 1969, l’anno cruciale per la Band che, dopo un esordio convincente ma ancora acerbo, inanella tre dischi leggendari: “Bayou Country”, “Green River” e “Willy And The Poor Boys”. Un vero e proprio tsunami creativo: è come se Fogerty sapesse che l’urgenza è tutto e che il suo rock, così puro, ingenuo ed essenziale, rischi di essere sommerso dall’imperante cambiamento circostante. I Creedence, allora, in dodici mesi, sparano a raffica i loro colpi migliori, raggiungendo la perfezione stilistica (che non è solo forma ma è soprattutto energia  allo stato puro) con il celebratissimo “Willy And The Poor Boys”. Uscito il 2 novembre del 1969, il disco scala le classifiche e vende un milione di copie, certificando in modo definitivo la grandezza della Band, una delle poche al mondo capace di pubblicare tre album di fila in un anno e tutti a cinque stelle (pardon, casse). Manifesto dello Swamp Rock, “Willy And The Poor Boys” proietta il passato nel futuro, è un disco classico e al contempo avveniristico, suona naif ed esuberante ma è tinteggiato anche di sfumature dark che risentono dei tempi funestati dal doloroso conflitto del Vietnam. La copertina e l’iniziale country rock della solare Down On The Corner esplicitano il contenuto di quello che potremmo definire una sorta di concept album: riportare la musica in strada (Down on the corner, out in the street) in  mezzo alla gente, riscoprirne così la vera essenza che è aggregazione, condivisione, divertimento e stare insieme. Niente intellettualismi dunque, la musica è solo genuinità, purezza, è il linguaggio semplice delle radici (Willy and the  Poorboys are playin’ Bring a nickel; tap your feet. Rooster hits the washboard a nd people just got to smile). Non è un caso che in scaletta ci siano anche due sublimi cover (Cotton Fields di Leadbelly e il traditional, anche questo passato dalle mani di Leadbelly, Midnight Special, un divertito r’n’b dal mood festaiolo) e uno strumentale, forse superfluo se decontestualizzato (Poorboy Shuffle) necessarie però tutte e tre a rimarcare il concetto di una musica che per essere vitale  deve tornare alle radici, alla terra del blues o alla strada dei buskers, patrimonio della gente semplice che si innamora della melodia ma fatica a comprendere i voli pindarici del movimento psichedelico.
Se Don’t Look Now vibra d’amore per Elvis Presley, reinventato in chiave country folk, la gemma hard rock di Fortunate Son indica che il revivalismo di Fogerty sa sposarsi anche con la stretta attualità. Brano fortemente antimilitarista che sbertuccia il malvezzo dei figli di ricchi, notabili e di militari di imboscarsi per evitare la leva obbligatoria, Fortunate Son è una scelta di barricata audace e ironica che si innesta nella querelle politica dell’epoca, come una decisa presa di posizione a favore della working class (It ain’t me, it ain’t me, I ain’t no senator’s son, son. It ain’t me, it ain’t me; I ain’t no fortunate one, no). Chiude una scaletta di straordinaria intensità Effigy, ballata elettro acustica dall’incedere crepuscolare che, pur non rientrando fra i brani più popolari della band, è senz’altro uno degli episodi più riusciti della carriera di Fogerty. La chitarra del leader guida il gruppo in sei minuti in cui si coagulano melodramma, amarezza e innovazione. E’ uno scarto riuscitissimo rispetto alla formula collaudata del revivalismo, un lungo lamento epico e tristissimo che segnerà in futuro il songwriting di Neil Young o quello di un antieroe misconosciuto ma geniale chiamato Jason Molina. Da questo disco in avanti, la carriera dei Creedence inizia però la sua parabola discendente. Se il successivo “Cosmo’s Factory” (1970) mantiene alto il livello di ispirazione di Fogerty (qui, le grandi hits si sprecano) ma comincia a mostrare la corda di un suono che non conosce più sorprese. Con “Pendulum” (1971) e soprattutto con “Mardi Gras” (1972) la Band, orfana di Tom Fogerty, attirato dalle sirene di una carriera solista che non decollò mai, arriva al capolinea e si scioglie. La storia dei Creedence Clearwater Revival è durata solo quattro anni eppure, nonostante il breve periodo di attività, i quattro ragazzi di El Cerrito sono entrati nella leggenda; è bastato un anno, il 1969, e tre dischi favolosi, l’ultimo dei quali, “Willy And The Poor Boys”, ha rappresentato l’anello di congiunzione tra passato e futuro, e ha riscritto le regole del rock’n’roll come oggi ancora le conosciamo.

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