Creedence Clearwater Revival: “Proud Mary”… e le altre – di Francesco Chiari

Troppo spesso in passato, anche in quello meno recente, la critica e l’analisi musicale si sono rifatte – inconsciamente o meno – al modello tedesco, che tende a incasellare i periodi storici in situazioni ben definite, metodo applicato anche a forme musicali e artistiche richiedenti un approccio nuovo. Ci sovviene al riguardo un’annotazione insieme polemica e fruttifera, e sorprendentemente lontana nel tempo, dovuta a un grande musicologo come Marcello Piras, e reperibile in apertura del suo saggio sul “nuovo hard bop” incluso nel volume a più voci “Il Jazz degli anni 70” (Gammalibri 1980): a pagina 121 lo studioso fa riferimento a chi ama “sopra ogni cosa, tagliare a strisce la storia del jazz”, ossia descrivendola per settori staccati con cui, ancora per citare, “tutto il jazz è stato fatto a strisce: New Orleans, Chicago, New York, Kansas City, Swing, bop, cool…Una litania”.
Lo stesso concetto, qui enunciato con la spietata lucidità cui Marcello Piras ci ha abituato da decenni, può essere agevolmente applicato alla musica degli anni Sessanta, solitamente distinta in blocchi come il beat, esauritosi per comune sentire nel 1966, cui segue la psichedelia, poi il cosiddetto country-rock, poi la musica dei grandi raduni che ingloba un po’ tutto questo chiudendo il decennio coi fasti di Woodstock e dell’isola di Wight ma anche, ricordiamo, coi nefasti di Altamont. Questa ripartizione per sua natura forzata rischia di far dimenticare fenomeni paralleli come la grande fioritura del blues inglese dalla quale usciranno anche molti campioni del jazz inglese contemporaneo – il pluristrumentista inglese John Surman descrisse a me il periodo passato con John Mayall come uno dei più lieti della sua carriera – oppure il singolare incontro fra folk inglese e jazz d’avanguardia, cui già dedicammo un articolo, oppure aree musicali dedite a una ricerca molto appartata ma ricca di conseguenze, come la zona nordoccidentale degli USA nello stato di Washington, da cui vengono gruppi grintosissimi come i Sonics e gli Wailers, omonimi del gruppo di Marley, esponenti di una scuola che vedrà anche altri geni scatenati come Hendrix e i Nirvana.
La presentazione forse un po’ lunga ma necessaria ci introduce all’argomento di questo articolo, dedicato appunto ai Creedence Clearwater Revival, d’ora in poi CCR, un gruppo che sembra proprio essere calato negli anni Sessanta da tutt’altro pianeta: il leader John Fogerty usò per loro la definizione “l’ufficio stampa degli anni 50 nel rock anni 60”, frase come vedremo ricca di verità. Innanzitutto, i CCR sono californiani, originari di El Cerrito, una cittadina con meno di 25.000 abitanti nella baia di San Francisco, ma come rivela tutta la loro produzione non sono mai stati neanche sfiorati dalla psichedelia culminata come sappiamo con la Summer of Love del 1967 e si sono invece basati su un più ampio retroterra di blues, soul, R’n’B, C&W e rockabilly; del resto loro concittadino è Chris Strachwitz, fondatore della storica etichetta blues Arhoolie, come dire che c’era qualcosa nell’aria, e in California si trova anche Bakersfield, città base di Merle Haggard, per fare un nome a caso. Va aggiunto un altro elemento: la California era in origine terra messicana, per cui non stupisce che il maggior numero di fans della loro pagina facebook venga dal Messico, al punto che alcuni anni fa l’etichetta Concord Picante ha pubblicato l’album “Quiero Creedence” (2016) col loro repertorio rifatto da artisti latini, insieme a ospiti come il texano Billy Gibbons degli ZZ Top.
A livello di immagine, quanto mai importante negli anni Sessanta, i quattro hanno sempre preferito un abbigliamento informale e quotidiano, senza mai puntare neanche dal vivo su effetti di luce o altro, come appunto facevano in parte i californiani psichedelici, tanto che questi ultimi solevano rilevare beffardi come sarebbe stato impossibile riconoscere i CCR in fila alla cassa del supermercato! In realtà paradossalmente la loro forza stava appunto nell’essere normali, intendendo questo termine col significato di persone concrete che invece di fare proclami con la musica o le parole – pensiamo ai Jefferson Airplane col loro album “Volunteers” (1969) – preferiscono commentare con la propria arte creando brani la cui universalità deriva proprio dall’estrema concretezza di base. Resta inteso che parlare dei CCR significa parlare di John Fogerty e della sua creatività onnipotente, unita a un controllo del gruppo che si potrebbe definire di “tirannia democratica” se non fosse un ossimoro flagrante ma utile a definire l’atteggiamento del leader che alla lunga avrebbe condotto a una fine non inattesa: una scorsa alla produzione, fra l’altro di livello uniformemente alto, ci porta ad alcune scoperte singolari.
Possiamo partire da uno storico singolo quale Proud Mary / Born On The Bayou, in merito al quale evidenziamo subito il fatto che i singoli dei CCR presentavano sempre su due lati due brani da classifica, fatto questo condiviso solamente con Elvis e con i Beatles, ottima compagnia invero: il primo notissimo brano si apre con un’introduzione ormai diventata irrinunciabile, ma ci crediate o no Fogerty ammise di averla scritta mentre giocherellava con la notissima frase introduttiva – lui la chiama “riff” – della Quinta di Beethoven. Questo brano inoltre dimostra palpabilmente come sia possibile conciliare creatività e successo commerciale Fogerty, appassionato collezionista di 45 giri, ammetteva candidamente di pensare in termini di Top 40 – tanto che il brano, apparso il 2 dicembre 1969, entro la fine dell’anno aveva già visto ben 35 rifacimenti da parte di altri artisti, e questo senza contare la storica versione di Ike & Tina Turner uscita l’8 gennaio 1971 e oggi quasi paradigmatica con quella celebre introduzione recitata (quando i due si esibirono alla TV italiana in “Teatro 10”, Tina si limitò a iniziare con un sentito “Thank you very much!”). Il retro Born On The Bayou fu scritto da Fogerty nel suo appartamento di El Cerrito nel giugno 1968 mentre in preda a una crisi di insonnia seguiva alla TV il telegiornale che parlava dell’assassinio di Bobby Kennedy, col che una semplice storia di consigli paterni si colora di riflessi davvero universali.
Altrettanto si può dire di Run Through The Jungle con la descrizione di una corsa nella giungla – nel testo splendono versi abbacinanti come “Satana grida ‘Prendete la mira!’” – in riferimento obliquo ma chiaro a qualche altra giungla nel Sud-Est asiatico e, non a caso, i CCR erano il gruppo preferito dai soldati in Vietnam. Questo fatto può stupire, in quanto i CCR non furono toccati dalla leva che aveva imperversato nel 1966 e nel 1969 – leggetevi nell’autobiografia di Iggy Pop le spassosissime pagine in cui lui racconta come ha fatto a farsi scartare – perché John Fogerty in quello stesso 1966 si era arruolato nei riservisti, da cui fu congedato con onore due anni dopo, ma comunque è la riprova di come la loro musica sapesse superare frontiere di tipo sociale e/o politico. Si citavano prima C&W e rockabilly, e anche qui i CCR hanno saputo davvero essere universali: in merito al secondo genere pensiamo a Bad Moon Rising – incisa in italiano dai primi Stormy Six come La luna è stanca – che i quattro portarono in cima alle classifiche britanniche, non a caso inserito anni dopo nella colonna sonora del classico horror “Un lupo mannaro americano a Londra” (1981), mentre per il primo genere, oltre alle cover ad esempio di Ricky Nelson e Roy Orbison, citiamo Lookin’ Out My Back Door, in cui il protagonista ascolta un disco di Buck Owens, altro grande maestro del C&W proveniente da Bakersfield – tale era la sua presenza sulla scena locale che la città veniva spesso chiamata “Buckersfield” – il quale ringraziò per l’omaggio riprendendo questo brano.
Ciò porta a discutere un elemento importantissimo: nel corso dei polarizzati anni Sessanta i CCR erano l’unico gruppo in grado di piacere sia agli hippies sia ai rednecks, i conservatori contadini del Sud, per cui riuscì a loro quello che purtroppo non riuscì ai Byrds: oggi siamo tutti d’accordo sull’importanza storica e artistica di un album come “Sweetheart Of The Rodeo” (1968) ma, quando all’epoca i Byrds passarono allo storico show “Grand Ole Opry” interpretando Hickory Wind, furono prima accolti in maniera rispettosamente gelida e poi pesantemente criticati dal DJ nashvilliano Ralph Emery, subito diventato oggetto di beffa nella canzone Drug Store Truck Drivin’ Man inclusa nell’album “Dr.Byrds & Mr. Hyde” (1969), titolo freudiano che rimarcava le due anime del gruppo.
Non a caso i CCR furono addirittura invitati a Woodstock, a differenza di Byrds e Doors, ma la loro esibizione non fu inclusa nello storico film documentario perché John Fogerty era insoddisfatto della loro prestazione, il che provocò malumori del gruppo culminati nell’abbandono da parte di Tom Fogerty, fratello di John, insoddisfatto anche dalla mancanza di senso degli affari da parte del fratello maggiore (la registrazione completa di quell’esibizione è stata resa disponibile solo nel 2019). Davvero i CCR sono stati la coscienza critica della storia musicale americana in anni tumultuosi, e la loro filosofia musicale può essere riassunta dal titolo di un brano del John Fogerty solista ma che potrebbe appartenere al repertorio del gruppo, quel Rockin’ All Over The World portato al successo mondiale dagli Status Quo; grazie dal profondo del cuore, ragazzi di El Cerrito!

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