Creedence Clearwater Revival: Live at Woodstock (2019) – di Pietro Previti

Creedence Clearwater Revival: “Live at Woodstock” (Craft Recordings / Fantasy 2019)… ecco un disco che colma un vuoto, un’assenza. Rimette le cose a posto e chiude una lunghissima vicenda conflittuale che ha visto contrapposti Stu Cook (basso) e Doug Clifford (batteria) a John Fogerty (chitarra e voce solista, leader e compositore) che questo live ha testardamente tenuto fermo per decenni, nonostante il disappunto dei primi due. Chissà cosa ne penserebbe il fratello maggiore di John, Tom Fogerty (chitarra ritmica e voce), scomparso nel 1990 a seguito di una maledetta trasfusione con cui contrasse l’AIDS, avendo preso le distanze dal consanguineo subito dopo la pubblicazione di Pendulum” nel 1970. Mettendo da parte motivi commerciali e ricorrenze, mi piace immaginare che con questa decisione, seppure clamorosamente tardiva, John abbia inteso riavvicinarsi una volta per tutte a Tom, rappacificandosi. Così è, o almeno così sarebbe bello credere a distanza di cinquanta anni dalla storica esibizione che i Creedence Clearwater Revival tennero al Festival di Woodstock nelle prime ore del mattino di quel 17 Agosto 1969. In quei giorni i CCR erano forti, fortissimi, una Band che sbancava le classifiche di vendita, non solo americane, grazie ad un sound inimitabile e travolgente, frutto del lavoro di anni. La svolta era avvenuta soltanto pochi mesi prima, a fine 1967, dopo avere abbandonato la sigla The Golliwogs ed avere impresso alla band il nome definitivo, che non faceva mistero, anzi, rappresentava una dichiarazione d’amore verso il R’n’R primigenio e puro degli anni 50, rivisitato attraverso gli umori e le nuove sonorità del momento. Forti della pubblicazione di tre album sfornati in appena tredici mesi, dal primo omonimo Creedence Clearwater Revival” (Luglio 1968), ai successivi Bayou Country” (Gennaio 1969) e “Green River”, dato alle stampe dall’etichetta Fantasy proprio il 3 di quel mese di Agosto, appena due settimane prima di calcare il palco del Festival Pop più famoso di sempre. L’esibizione a Woodstock avrebbe dovuto rappresentare il lancio definitivo della band a livello mondiale, non solo dal punto di vista discografico ma anche e specialmente iconico, grazie alle immagini girate dal regista Michael Wadleigh.
Se chiedete ad un ragazzo degli anni Settanta se i CCR hanno partecipato a Woodstock, beh, quasi sicuramente vi dirà che no, non erano stati invitati. In realtà qualcosa durante il set va storto, non soddisfa il perfezionismo del leader John Fogerty, che non darà il benestare alla pubblicazione di nessun brano e filmato, rispettivamente sul triplo album e film-documentario celebrativi dell’avvenimento. Ad influire sulla decisione la convinzione che la resa sonora delle registrazioni fosse tutt’altro che ottimale e, comunque, non rappresentativa del sound della band. Per il più giovane dei fratelli Fogerty era preferibile continuare a promuovere “Green River”, in attesa di ritornare in sala di registrazione per realizzare il terzo long playing di quell’anno magico che si chiamerà “Willy and The Poor Boys” (2 Novembre 1969). Ulteriori malumori di John derivavano dalla circostanza di essere stato costretto ad esibirsi con la band a notte fonda, davanti ad un pubblico stremato dalla pioggia e dalle ripetute interruzioni tecniche, oltre che dalla scarsa attenzione degli organizzatori che avevano lasciato i Grateful Dead liberi di esibirsi oltre il dovuto, nonostante la serata di scarsa vena, limitando il set dei CCR ad appena un’ora ed a un orario impossibile. Fatto sta è che il live che ci giunge oggi per la prima volta dopo una serie di bootleg approssimativi, grazie anche al convincente lavoro di masterizzazione effettuato sui nastri originali, appare entusiasmante, compatto ed allo stesso tempo grezzo, molto garage ed acido. Lo stile tipico dei fratelli Fogerty, definito Swamp Rock, è decisamente sullo sfondo e, comunque, meno incisivo rispetto agli album milionari del gruppo. La scaletta presenta undici pezzi classici e quindi, banalmente, può considerarsi l’ennesimo”Best of” della band, anche se dal vivo. Se raffrontato, però, al primo live ufficiale, quel doppio album Live in Europe” del 1973, pubblicato dopo lo scioglimento del complesso avvenuto l’anno prima, che raccoglieva esibizioni varie eseguite nel 1971 da un trio già orfano di Tom Fogerty, il discorso cambia. In maniera sostanziale. Il documento storico e musicale da avere è proprio questo.

Elenco tracce: 1. Born On The Bayou 4:34. 2. Green River 2:46.
3.
Ninety Nine And A Half (Won’t Do) 3:36. 4. Bootleg 3:13.
5.
Commotion 2:30. 6. Bad Moon Rising 2:30. 7. Proud Mary 3:40. 8.
I Put A Spell On You 4:80. 9. The Night Time Is The Right Time 2:21.
10.
Keep On Chooglin’ 8:35. 11. Suzie Q 9:55.

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