Cream: “Disraeli Gears” (1967) – di Claudio Trezzani

Quando si parla di certe band e certi artisti si deve avere sempre grande rispetto per la loro storia e, in questo caso, al di là dei gusti di ognuno di noi, stiamo parlando di uno dei più grandi dischi della storia del Rock: Disraeli Gears” (Reaction 1967), secondo album dei Cream. Sono passati ormai 51 anni dalla sua pubblicazione, ma l’importanza, l’innovazione e la freschezza che emergono ad ogni ascolto sono ancora attuali come fosse appena uscito. I Cream sono stati probabilmente il primo super gruppo della storia, quando ancora questo termine era sconosciuto; sono stati il primo vero ponte tra il blues americano e il rock britannico, primo trio in grado di ispirare sia altri artisti che  le generazioni a venire. Jimi Hendrix ne fu talmente impressionato che volle anche lui mettere in piedi una formazione a tre. Il trio era formato da musicisti che erano tra i maggiori virtuosi dei loro strumenti all’epoca (probabilmente anche oggi): Eric Clapton alla chitarra (uno dei Padri del blues inglese e non solo), Ginger Baker alla batteria (da poco scomparso e all’epoca già famoso per la sua collaborazione con Alex Korner) e al basso Jack Bruce (ai tempi, come Clapton, già membro della band di John Mayall). Forse proprio questo essere grandi artisti, con una reputazione già consolidata, caratteri forti e poca, pochissima voglia di mettersi in secondo piano o assecondare le idee altrui, li ha portati a “bruciarsi” troppo presto, sciogliendo un sodalizio che, dopo quattro dischi, ci avrebbe certamente regalato altri capolavori.
Grazie alla collaborazione col produttore Felix Pappalardi ma, soprattutto, all’influenza del sound americano, Disraeli Gears” fu registrato negli studi della Atlantic a New York nel maggio del 1967: il disco è un mix coinvolgente e stupefacente di blues rock talmente impregnato di psichedelia che fu in grado di aprire la strada a tantissimi artisti che presero spunto e ispirazione da questi undici meravigliosi brani. Il disco parte con Strange Brewun pezzo dal retrogusto beat, impreziosito dalla chitarra acidissima di Clapton con continui brevi assolo, con la parte ritmica del duo Baker-Bruce che rende irresistibile un groove lento e trascinato: è sufficiente ascoltare la parte di basso di Bruce per rendersi conto che siamo di fronte ad una band fuori dal comune. La successiva è la canzone che più di ogni altra li ha proiettati nella storia e che è stata copiata, coverizzata, ammirata da milioni di persone: Sunshine of your Love. Un brano che si regge su un riff psichedelico di chitarra, sulla prestazione vocale del bassista da incorniciare e su una ritmica unica, asciutta e mai banale. L’assolo di Clatpon è una meraviglia sonora incastonata fra le serranti ritmiche, che rende questo pezzo un gioiello creato con le note: l’apice di un gruppo mai abbastanza celebrato.
Non ci si ferma certo qui, il disco procede su livelli paradisiaci regalandoci un altro brano acido e grondante blues: World of Pain, a cui le voci altissime e il basso di Bruce danno una connotazione di inno psichedelico da meditazione. Il bassista, considerato uno dei migliori di sempre e un precursore, dona ad ogni pezzo una connotazione unica, uno dei veri segreti dell’immortalità di questi brani. Dance the Night Away ha un sapore che sta a metà fra l’orientale, con Clapton che accarezza la chitarra come fosse un sitar, e la psichedelia blues dell’Estate dell’amore: un brano sognante che pare avvolto da una nube color porpora, come le composizioni di Jimi Hendrix, che stava per invadere il mondo con le sue “poesie mancine”. Ironica e irriverente con il suo incedere fra il blues e addirittura accenni di country, Blue Condition, precede l’ennesima prova maiuscola della chitarra magica di Eric Clapton, il dio della chitarra dell’epoca pre-Hendrix, che si  manifesta in Tales Of Brave Ulysses: la ritmica del geniale Ginger Baker sorregge questo pezzo rock blues, ma è l’assolo finale effettato a livelli lisergici che le dona il dono dell’immortalità: Un altro pezzo di riferimento per le generazioni che verranno. 
Siamo nel 1967 (le registrazioni sono dell’anno precedente l’uscita) e i Led Zeppelin non avevano ancora dato al blues britannico quella scossa hard che aprirà la strada all’hard rock degli anni 70, ma i Cream ci erano già quasi arrivati: ascoltate Swlabr e le invenzioni chitarristiche di Clapton sempre impregnate di acido, ma più dure e più scure di quanto si era sentito fino quel momento in Terra d’Albione e nel resto del globo. Crediamo di poter affermare senza tema di smentita che solo quel gruppo che fu la palestra per i tre più grandi chitarristi inglesi di sempre, gli Yardbirds (con Beck, Page e Clapton), raggiunsero tali vette di originalità compositiva, posizionadosi sullo stesso livello dei Cream. Segue uno dei pezzi più cupi e alienati del disco, We’re Going Wrong, sorretto dalla batteria martellante di Baker e dal cantato di Bruce quasi spettrale e insopportabile: un brano difficile e poco commerciale ma affascinante che ipnotizza l’ascoltatore. Si ritorna sui binari del classico blues rock con il riff graffiante di Outside Woman Blues, un bellissimo pezzo ruvido arricchito dal solito eccezionale lavoro alle chitarre di Clapton, che prosegue anche nella successiva Take It Back, brano dal suono e dal sapore molto americano, quasi una dedica alla terra che ha dato loro questa magica ispirazione: fa capolino anche l’armonica a testimoniare il legame forte e indissolubile col Delta. Chiude il disco Mother’s Lament, un coro a cappella sorretto dal pianoforte: una canzone che pare uscita da una session alticcia in un pub londinese, che stempera parte della cupa magia che ancora aleggia dopo le note disturbanti dei pezzi precedenti.

Disraeli Gears” ebbe da subito un’importanza unica nel mondo della musica, così come il successivo e altrettanto meraviglioso “Wheels of Fire” (1968): furono però il “canto del cigno” di una band che aveva al suo interno troppo ego, troppo talento, troppo carattere per non dissolversi al primo battito di ciglia. Un peccato enorme, pensando a cosa poteva ancora essere, ma una cosa inevitabile proprio come accadde per gli Yardbirds. Dopo “Goodbye” (1968) che decretò lo scioglimento, Baker sfogò il suo talento nella world music, cambiando completamente direzione, Jack Bruce prese la strada del jazz mentre Clapton… beh, lui proseguì prima dando vita a due gruppi altrettanto mitologici e importanti ma dalla vita ancora più breve e cioè i Blind Faith (un solo disco all’attivo omonimo del 1969) e i ben più noti Derek and the Dominos che nel 1970 sfornarono un altro disco che dovrebbe stare nella pinacoteca della musica e cioè “Layla and the Other Assorted Love Songs”, che vide la collaborazione magica di un’altra delle chitarre più geniali mai viste e cioè quella di Duane Allman da Macon, Georgia (leader e fondatore della Allman Brothers band)… ma questa è un’altra – stupenda – storia. Successivamente “Slowhand” diede vita ad un’altalenante carriera solista che lo vide sempre dare alle stampe dischi eccellenti e dischi trascurabili, irrimediabilmente segnati da una  vita sofferente e sregolata (per approfondire questo aspetto consigliamo la visione del film documentario a lui dedicato. Oggi vi lasciamo con questo pensiero: se conoscete questo disco riascoltatelo fino allo sfinimento; ad ogni ascolto, ne siamo certi, coglierete una nuova magica sfumatura fra quelle note immortali, mentre se siete tra coloro che non conoscono questa pagina di storia, beh è il momento di redimervi e di approdare alla corte di una delle più grandi band di sempre. Nel 2004 è uscita una versione anniversario rimasterizzata e arricchita da demo e brani inediti che vale assolutamente la spesa, non ve ne pentirete anche se possedete già la prima versione.

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