Cream: “Deserted cities of the heart” (1968) – di Benedetta Servilii

Apocalisse, una parola dal suono vivo, che evoca movimenti e sentimenti rivoluzionari. Eppure siamo abituati ad associarla all’idea di una catastrofe inevitabile e di una inesorabile fine. Retaggio religioso ormai indelebile. C’è da dire, però, che il termine apocalisse deriva dal greco ἀποκάλυψις (apokálypsis), composto di ἀπό (apó “da”) e καλύπτω (kalýptō “nascondo”) e significa gettare ciò che copre, togliere il velo o, più sinteticamente, scoperta o disvelamento, rivelazione. Quanti abissi bisogna ancora colmare per conoscere il vero significato delle cose? È in uno scenario apocalittico che ho conosciuto davvero questa città e ho lasciato che mi insegnasse quanto il deserto che avevo nel cuore, in realtà, fosse comunque un paesaggio colmo di bellezza.  L’umano aveva fallito e aveva necessariamente dovuto interrompere la sua corsa. La natura era tornata sul trono del suo regno, aveva ripreso possesso degli spazi che le avevamo rubato e del tempo che aveva perduto. Gli umani, vigliacchi e restii a comprendere gli errori commessi, erano semplicemente scappati, come hanno sempre saputo fare bene. Io ero rimasta. Arrendersi alla natura non ha mai il sapore di una sconfitta. È la fuga a non essere mai ammessa. Me ne andavo da sola per le strade della città che mi aveva fatto sentire a casa sin da subito, quando ero arrivata sola ma piena di sogni.  Il giorno dell’esodo dal pianeta terra, io camminavo frastornata, pur nella certezza di non poter essere altrove. Quella continuava ad essere la mia casa.
Avevo con me l’album dei CreamWheels of fire” e non potevo fare a meno di ascoltare Deserted cities of the heart perché descriveva bene l’inquietudine che mi logorava lo stomaco: un vortice di nostalgia e ribellione che non trovava una via d’uscita. “The street is cold, its trees are gone / The story’s told the dark has won / Once we set sail to catch a star / We had to fail, it was too far”. Era andato via anche lui, che aveva promesso che mi sarebbe rimasto accanto qualsiasi cosa fosse successa. “I felt the wind shout like a drum / You said, “My friend, love’s end has come / It couldn’t last, had to stop / You drained it all to the last drop”. Di certo, non poteva immaginare tutto questo. La forza della natura non sarà mai prevedibile, la natura della forza di un uomo sì… e così era scappato insieme agli altri in quella mattina in cui tutti erano intenti a correre e io, invece, a dormire. I Cream non permettevano che mi distraessi dal mondo, fuori e dentro di me. Mi accompagnavano tra le strade di una città che non avevo mai visto così, vuota e maestosa. La bellezza, colta nella sua immediatezza, si impossessa subito di occhi e anima.
I ricordi che raccoglievo ad ogni angolo svanivano con la velocità di un battito d’ali. Ecco, questo. Spensi la musica. Il silenzio mi faceva anche quel regalo, avete mai fatto caso al suono di un battito d’ali? Ha in sé leggerezza e forza in un unico movimento. Era esattamente di questo che avevo bisogno. Sorrisi al gabbiano che mi aveva donato quell’istante e quella certezza, come se fosse un vecchio amico. Tornai ai Cream e immaginai Eric Clapton, Ginger Baker e Jack Bruce sull’altra estremità del ponte. Quel ritmo vitale proveniva da un’altra era, eppure era l’unico a calzarmi a pennello. Le parole di malinconica solitudine arrivavano come sussurrate, la mia energia si adattava lentamente a quel ritmo che sapeva solo di ribellione e leggerezza
A quel punto potevo fare un’unica cosa: tuffarmi tra le acque di un fiume che non avevo mai visto così limpido e che non avrebbe mai potuto negare un abbraccio sincero. E così è stato: “It was on the way / On the road to dreams, yeah / Now my heart’s drowned in no love streams / Now my heart’s drowned in no love”. Quando riemersi mi sentivo come ringiovanita e mi sorpresi a ridere di cuore pensando di non avere bisogno di alcun tempo e di nessuno spazio perché, semplicemente, tutto mi apparteneva. Alzai lo sguardo verso il sole e verso il ponte da cui mi ero lanciata stupendomi anche di esser riuscita a superare la paura del vuoto e, soprattutto, quella di un salto nel vuoto. Vidi delle sagome e, man mano, ne vidi sempre di più allinearsi sulla sponda del fiume. Riuscivo a distinguere uomini, donne e qualche bambino che correva gridando. Anche quella voce aveva il suono di leggerezza e ribellione e io mi resi conto di non aver mai provato davvero quella felicità. La città era nostra, potevamo ricominciare.

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