Cows: “Cunning Stunts” (1992, ristampa 2016) di Porter Stout

Quando si pensa alle cult-band più sgangherate, surreali e irriverenti nell’America del Grunge e del Post Hardcore è inevitabile non accennare ai Cows di Minneapolis. Una carriera passata a remare contro e a farsi beffe dell’industria musicale: l’insuccesso commerciale, all’insegna del politicamente scorretto e del divertimento fine a se stesso, visto come un vanto di cui fregiarsi. Una scelta di campo, seppure ostentata (come nel Punk radicale) decisamente coraggiosa, se si considera che siamo negli anni in cui Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden vendevano milioni di dischi e le etichette discografiche, major comprese, mettevano sotto contratto chiunque facesse del terrorismo sonico la propria bandiera. Perfino i Cows, quindi, avrebbero potuto partecipare al banchetto ma fecero di tutto perché questo non accadesse, riproponendo beffardamente nei loro live-act tutti gli  stereotipi del Punk: cibo gettato sul pubblico, sputi, tuffi dal palco, tatuaggi improponibili, etc. Davvero troppo anche per il più disinibito e complice dei talent scout. Questo determinò una vicenda artistica totalmente vissuta nell’underground, dischi via via sempre più introvabili e culto crescente tra le frange di appassionati del Rock più insolito e irregolare. “Cunning Stunts”, uscito nel 1992 per la Amphetamine Reptile, rappresentò una svolta importante nella carriera della Band, dal rumorismo iconoclasta dei lavori precedenti, passarono a forme musicali più articolate, immettendo nel loro sound massicce dosi di Blues, Free Jazz e Pop, facendo proprio lo stile di musicisti del passato quali Captain Beefheart e James Chance e, band a loro contemporanee, come i texani Butthole Surfers. La copertina è un bel manifesto programmatico: alla grafica in perfetto stile Blue Note uniscono, in primissimo piano, l’immagine di un bicchiere con dentro una protesi dentaria. Il logo perfetto dell’estetica paracula Cows, riferimenti altissimi e impertinenze tardo adolescenziali.
Come quei liceali, con la media dell’otto ottenuta stando seduti sempre e comunque all’ultimo banco, da cui possono irridere impuniti il professore di turno. 
Uno schiaffo e il pianto di un bambino introducono Heave Ho, il primo brano in scaletta. Subito veniamo investiti da contaminazioni schizofreniche, reiterati cambi di ritmo, una tromba che suona come un kazoo impazzito, i vocalizzi dilaganti di Shannon Selberg, le aperture Rockabilly della chitarra di Thor Eisentager e la ritmica precisa e incessante di Kevin Rutmanis al basso e Norm Rogers alla batteria. Tutto torna utile per edificare il loro personalissimo muro del suono eretto al solo scopo di poterlo demolire alla prima occasione. Un vero e proprio assalto sonoro a tutte le convenzioni del Punk/Rock dell’epoca, che continua per tutta la durata del disco. Sono bravi i Cows e ne sono pienamente consapevoli: all’anarchia formale si unisce una grande perizia tecnica strumentale. Norm Rogers, per dirne un paio, suonerà in seguito con i Jayhawks, mentre Kevin Rutmains nei Melvins. Come disse un famoso critico musicale: E’ indubbio che i Cows sappiano suonare i loro strumenti, quello che non capisco è perché non li accordino.” Solo in alcuni episodi fanno intravvedere le loro potenzialità anche, e perché no, commerciali come in Contamination, Two Little Pigs  e Down Below, tutti brani che, con qualche piccolo artificio, avrebbero potuto spopolare facilmente sui media dell’epoca. “Cunning Stunts” è dunque un lavoro alieno, irresistibile e irripetibile, tassello decisivo nella discografia dei Cows e importante per comprendere al meglio l’Alt/Rock americano degli anni 90. In queste settimane è nuovamente disponibile la ristampa, sempre a cura della Amphetamine Reptile. Quale migliore occasione per fare la loro conoscenza?

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