Cowboy Junkies: “All That Reckoning” (2018) – di Maurizio Garatti

A trent’anni esatti da quel “The Trinity Session” del 1988 che fece sobbalzare il cuore di tutti coloro che si arrabattavano nella pochezza musicale degli anni ottanta, ecco tornare alla ribalta una delle band più caratteristiche ed esclusive che il Canada abbia mai partorito. I Cowboy Junkies sono una icona culturale e musicale con una identità ben definita, che ha saputo valicare i confini nazionali e conquistarsi un seguito anche in Europa. La Band dei fratelli Timmins, (Margo, Michael e Peter, ai quali si aggiunge Alan Anton) è riuscita a definire i canoni di un genere musicale che chiamare Alt Country suona molto riduttivo. “The Trinity Session”, il loro secondo lavoro, uscito due anni dopo il pur bello “Whites Off Earth Now!!” del 1986, attirò l’attenzione della RCA, che ne acquistò i diritti dalla Latent Recordings per poi lanciarlo in tutto il mondo: “The Trinity Session” è un Album epocale… e cambiò completamente la vita del gruppo. Nonostante tutto, però, la loro musica è restata perfettamente coerente con il loro modo di intendere l’arduo mestiere di Artisti, e questo li ha portati a proseguire lungo la strada intrapresa sin dall’inizio. Il consenso del pubblico è arrivato sempre e comunque, e se il loro successo non è quello che permette di riempire gli stadi, resta comunque il fatto che i Cowboy Junkies hanno un seguito fedele e appassionato, in grado di percepire le molteplici capacità della Band. La qualità del delicato songwriting di Michael (l’autore principale) e la trasognata incisività della voce di Margo, sono il marchio di fabbrica che contraddistingue da sempre il gruppo, senza tuttavia legarlo a un effetto deja vu: ascoltare un disco dei Junkies è come ritrovare un vecchio amico e scoprire che le emozioni sono sempre le stesse. Cosa che del resto risulta logica, visto che la line up è rimasta inalterata in questi trentadue anni. A parte il già citato “The Trinity Session”, crediamo che sia “Pale Sun Crescent Moon” l’Album che ha davvero schiuso i cancelli della fama alla band dei fratelli Timmins. Uscito nel 1993 è, a nostro avviso, il disco che li consacra stelle di prima grandezza, aggiungendo phatos a un suono già emotivamente molto intenso. Ed ora, dopo il transitorio progetto condiviso del 2013 (quel “The Kennedy Suite” che tocca un dolorosissimo e ancora scoperto nervo americano) e i cinque volumi della serie “Nomad” che raccolgono inediti di vario genere, ecco questo stupefacente nuovo lavoro che pare destinato a porsi sulla vetta di tutta la loro produzione. “All That Reckoning” è un Album viscerale e istintivo, nel quale Margo canta in modo superbo, ponendo spesso l’accento sui lati meno fortunati dell’amore, mentre le melodie molto evocative e a tratti ipnotiche create dalla Band sottolineano l’elegante efficienza del sound. L’iniziale All That Reckoning (part 1) è affidata alle note pulsanti del basso di Alan, con la chitarra che si nasconde e le sostiene: la voce di Margo disegna una melodia semplice e affascinante che ci introduce in un vortice delicatamente spettrale. Poi è la volta della splendida When We Arrive, brano delicato e potente al tempo stesso che congiunge la ricerca sonora dei Cowboy con alcune cose di Lucinda Williams: Margo canta “Welcome…to the age of dissolution”, continuando a preferire il registro basso, e la canzone sale vertiginosamente in un turbine di note notturne e taglienti. Una delle vette del disco sicuramente. The Things We Do To Each Other è più solare, e la chitarra acustica sostiene un ritmo dolente che permette a Margo di cantare in modo lieve, garantendoci il proseguimento di un viaggio che si fa via via più ricco e inconsueto, anche quando le note di un sintetizzatore lontano giungono alle nostre orecchie. Wooden Stairs e Missing Children continuano a proporci il lato oscuro dell’anima, attraverso l’utilizzo di melodie che sanno compiacersi di se stesse: il languido incedere delle note è di per sé un viaggio dentro il viaggio, con suoni e voce che paiono emergere dalla notte per affacciarsi alla pallida luce dell’alba… mentre Sing Me a Song è ruvida e rock, una scheggia potente e affilata, con la chitarra che produce lancinanti note di lucida consapevolezza. Altro brano da sottolineare. Ogni canzone racchiude un mondo evocato attraverso suoni e voce splendidamente presenti: Mountain Stream è quanto mai ipnotica e piace per il suo decadente modo di porre la melodia. Con Shining Teeth il lento e coinvolgente viaggio notturno prosegue senza sosta e, probabilmente, anche senza meta… mentre Nose before Ear è un sussurro in tinte dark che ammanta i sensi dando voce a desideri reconditi. Dopo la potente All That Reckoning (Part 2), ecco il delicato e acustico finale di The Possessed che rimescola le carte, accendendo la luce ad illuminare una stanza piena di oscure presenze evocative di grande bellezza. I Cowboy Junkies producono sicuramente la loro opera migliore, coniugando emozioni, intelligenza e creatività: il risultato è un Album da cinque casse che si prenota per essere la migliore uscita di quest’anno.

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