Coven: “Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls” (1969) – di Flavia Giunta

Ci sono rivoluzioni che vengono accolte da una folla roboante e sconvolgono tutto ciò che trovano sul loro cammino; ce ne sono altre che passano per lo più inosservate. Ora, non sappiamo se si possa definire “rivoluzione” il cambiamento causato dal disco di cui stiamo per parlare, ma se così fosse, apparterrebbe di certo alla seconda categoria. In Europa, e ancor di più in Italia, ben pochi conoscono i Coven e, ancor meno, li associano all’introduzione nel mondo della musica di tematiche che adesso sono quasi inflazionate in determinati ambiti (solo per citarne uno particolarmente eclatante, il black metal), quali il satanismo, l’esoterismo e il famoso gesto delle “corna”. Eppure, a suo tempo in America questo gruppo ebbe la sua discreta – seppur breve – fama, anche se non sempre grazie ad eventi positivi. Ma andiamo con ordine. Ci troviamo a Chicago, verso la fine degli anni 60. Il luogo e il periodo sono già un calderone in cui ribollono elementi musicalmente interessanti (Jefferson Airplane, Grateful Dead, Doors e quant’altro) ma, una piccola congrega – da cui anche il futuro nome del gruppo, “Coven” – decide di prendere una strada divergente dal mood psichedelico del momento, non tanto nella musica, quanto nei contenuti testuali e visivi di cui si fa portatrice. Una certa Jinx Dawson, originaria di Indianapolis, reduce da un’educazione aristocratica non priva di riferimenti musicali classici e operistici nonché, a suo dire, discendente da una famiglia da sempre proiettata verso learti oscure”, si unisce in qualità di cantante a Oz Osborne (bassista) e a Steve Ross (batterista), creando il nucleo di quella che sarà la prima band “oscura” di tutti i tempi. Fino ad allora, infatti, nessuno si era sognato di parlare di demoni, streghe ed evocazioni del diavolo in maniera così esplicita in musica. Per i primi tempi, i tre si faranno le ossa aprendo concerti di personaggi più famosi come Yardbirds, Vanilla Fudge e, ovviamente, Alice Cooper, padre putativo di un certo modo di fare spettacolo sul palco. Un paio di anni dopo, nel 1969, la “congrega” si sentirà pronta a consacrare – se così si può dire – la propria musica e farla conoscere al pubblico americano con l’uscita del primo, vero album, “Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls”, dal titolo abbastanza eloquente, ma mai quanto il poster contenuto nella confezione. Esso raffigura infatti la band al completo (i fondatori più altri ospiti occasionali) nell’intento di partecipare a un rito sacrificale, del quale proprio Jinx Dawson, completamente nuda e sdraiata su un tavolo, rappresenta la vittima designata.
Anche se in pochi se ne ricordano, è proprio da qui che inizia la storia iconografica del gesto “rock” delle corna, portato poi alla ribalta da altri artisti come Ronnie James Dio e i Kiss. L’opinione pubblica del periodo, come si può ben immaginare, rimase scandalizzata da un’immagine tanto esplicita. Ma ciò che fece vacillare la reputazione dei Coven, nonostante una presentazione del genere, fu qualcosa che avvenne l’anno successivo: Esquire pubblicò un’inchiesta sul mondo dell’occulto e sul suo recente sviluppo in territorio americano, intitolata “Evil lurks in California”, nella quale si accostavano i Coven – e in particolare la loro cantante – alle malefatte compiute da Charles Manson e dalla sua banda. Ciò venne avvalorato da una foto che ritraeva l’assassino con in mano una copia di “Witchcraft”. Il risultato fu l’immediato ritiro del disco dai punti vendita, nonostante la stessa casa discografica poco prima avesse insistito per spingere la mano su determinate tematiche. Fu solo 33 anni dopo, nel 2003, che “Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls” iniziò a ricomparire nei negozi dopo la ristampa su CD. Oltre a questo, altri avvenimenti intralciarono la corsa dei Coven verso il successo: la loro partecipazione al “Satanist’s Woodstock”, organizzato dal black pope” Anton La Vey, fu boicottata da numerose organizzazioni cattoliche. Anche un loro tour in proprio saltò per gli stessi motivi, ma i Coven, tranquilli nonostante gli scandali, continuarono a scrivere musica che confluì principalmente nell’album successivo del 1974, “Blood On the Snow”, il quale comprendeva anche l’interessante One Tin Soldier, brano antimilitarista commissionato a Jinx Dawson per la colonna sonora del film “Billy Jack” (1971) di Tom Laughlin e per il quale la cantante decise di coinvolgere l’intera band, insistendo anche affinché comparissero come Coven nei crediti. Da lì in poi, il lento spegnimento: Jinx continuerà una carriera parallela come modella, attrice in film minori, cantante per alcuni brani di colonne sonore e persino come creatrice di una linea di abbigliamento ma, a parte una raccolta di rarità del 2008, non uscirà più nuovo materiale della “congrega”. Nel frattempo, però, si sono tenuti sporadici concerti, di cui gli ultimi in Italia proprio a luglio di quest’anno. Alla fine della storia, il lettore potrebbe pensare che i Coven “se la siano cercata”, e che la reazione del pubblico riguardo a certe tematiche “malefiche” fosse più che giustificata. Può essere… ma, a prescindere da tutto, non si può negare che la loro musica – l’unico argomento che ci interessa evidenziare in questa sede – fosse “buona”. E qui torniamo all’album “Witchcraft Destroys Minds & Reaps Souls”.
L’intero pacchetto esoterico, la Càbala, le presunte evocazioni, rappresentavano solo il palcoscenico teatrale su cui mettere in scena l’abilità artistica dei diversi personaggi. Prima fra tutti Jinx Dawson, la quale, nonostante i titoli che le sono stati affibbiati a causa della sua fama sinistra e nonostante abbia avuto problemi persino con l’F.B.I., rimane un’ottima cantante: il suo timbro vocale potente, stentoreo, epico, dona un tocco stregonesco ad ognuna delle nove tracce del disco (nove, perché la Satanic Mass in chiusura altro non è che, appunto, una sorta di messa nera recitata dalla band e quindi difficile da considerare una canzone). Ma i meriti vanno riconosciuti anche all’ensemble. Black Sabbath, il brano di apertura, fu quello che determinò il presunto accostamento con l’omonimo gruppo inglese formatosi nello stesso periodo, a capo del quale, altra bizzarra coincidenza, c’era Ozzy Osbourne, quasi omonimo del bassista dei Coven ma destinato ad avere una fama ben maggiore. Il brano risulta un godibile crescendo molto beat, con basso, chitarra e rullante che si intrecciano alla voce tonante di Jinx Dawson (la quale, verso la fine, scoppierà in una inquietante risata acuta, sottolineata dai cori maschili). Vista la presentazione, probabilmente vi sareste aspettati una musicalità molto più cupa; ricordiamoci però che il periodo era quello del primissimo prog e delle tastiere psichedeliche, e questa tendenza quasi spensierata viene riflessa in tutte le tracce, in netta contrapposizione ai testi ispirati al “Left Hand Path”. Ne è un esempio la successiva White Witch of Rose Hall, uno dei nostri pezzi preferiti del disco, che si riferisce alle gesta di una nota “strega” che provocò scalpore nella Giamaica di inizio 800, Annie Palmer. I protagonisti del brano sono senz’altro il pianoforte, che lo scandisce, e le percussioni. Coven in Charing Cross rappresenta probabilmente lo standard che fissò lo stile del gruppo: semplici riff di chitarra, andamento beat e, ad inframmezzare il tutto, brevi recitativi, riguardanti, nel caso specifico, i sette démoni della mitologia babilonese. Viene poi il turno di For Unlawful Carnal Knowledge, altro pezzo da noi particolarmente apprezzato, forse perché sembra di ascoltare i Doors dopo una seduta spiritica: non vi ricorda niente quell’organo Hammond quasi funky in sottofondo? Puri anni Sessanta, almeno all’inizio. In Pact With Lucifer si evidenziano ancora una volta le doti vocali della frontwoman, mentre Choke, Thirst, Die e Wicked Woman, movimentate e spesso urlate, sono decisamente le più rock dell’insieme (la seconda è stata addirittura censurata ai tempi della prima uscita dell’album: a quanto pare conteneva riferimenti sonori ad atti sessuali…). La bella Dignitaries of Hell consiste in un rock-blues ben gestito da chitarre e tastiere, mentre Portrait, molto breve e solenne e anch’essa impregnata di blues, chiude in bellezza questa strana miscellanea. Prima di passare alla messa nera, ovvio. Agli appassionati della musica dei sixties: non esitate a procurarvi questo gioiellino, reso ancora più prezioso dalle vicissitudini di cui è ammantato. A chi rimane scettico: beh, noi almeno ci abbiamo provato.

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