Country Joe McDonald: “I feel like I’m fixin’ to die” (1967) – di Gianluca Chiovelli

Country Joe McDonald, al secolo Joseph Allen McDonald è più conosciuto come autore di I feel like I’m fixin’ to die rag (live) che come autore vero e proprio dei suoi dischi. Una composizione che assommava, per quelle combinazioni non inusuali nella beffarda sequenza degli eventi manicomiali che appelliamo storia, tutto il sentire politico della purissima stagione contestataria di fine Sessanta: l’istinto antagonista, la ribellione alla sporca guerra, la consapevolezza di classe, i diritti civili and so on”. Una canzone di cui tutti conoscono la versione presentata a Woodstock e ignorano quella presente nell’album omonimo; forse giustamente, poiché sul palco a un’irresistibile carica folk, moltiplicata dal karaoke del pubblico, Country univa un sarcasmo antimilitarista degno di “M*A*S*H” di Robert Altman e “Comma 22” di Joseph Heller, nonché uno dei più divertiti e liberatori vaffanculo della storia rock. La versione in studio, più complessa, svela, invece, uno dei lati del carattere di McDonald, quello più teatrale, in cui l’improvvisazione popolare da jug band assume i contorni dello scherzo circense. Uno dei lati, dato che in lui convivono anche la denuncia politica schietta e, soprattutto, la canzone più rilassata, spesso virata verso una morbida psichedelia (come ad esempio nell’ottima Grace, da Electric Music for the Mind and Body” del 1967, dedicata alla frontwoman dei Jefferson Airplane). McDonald non era in grado di competere né con le asprezze di Woody Guthrie (di cui fu allievo fedele), né col melodismo sommo di Bob Dylan; fu altrettanto incapace di ricreare la forza d’urto militante dei Fugs: egli raggrumò la propria esperienza più nobile, consumata in un paio d’anni, attorno a un gruppo di composizioni dal tono medio, che hanno il pregio e la fortuna d’esser marchiate da quella delicata atmosfera propria di un periodo politico e musicale irrecuperabile e irripetibile (e chissà se nel sound, ora vintage, dei Country Joe & The Fish non sia decisivo il tastierista David Cohen, uno dei primi ad usare i timbri dei marchigiani organi Farfisa). Il resto, la gloria che l’ha consacrato sino a oggi, la fecero i tre minuti di Woodstock e una manciate di parole che il tribunale della storia sancì come vere e inoppugnabili: E un due tre / ma si combatte per che? / Non chiederlo a me, m’importa una sega, / prossima fermata: Vietnam! / E cinque sei sette / spalancate le porte del cielo, / non c’è neanche il tempo di chiedersi che cazzo succede, / yu-uuuu! si muore!

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