Count Five: “Psychotic Reaction” (1966) – di Francesco Picca

L’anno 1964 volgeva quasi al termine e sugli AM 1590, la frequenza che diffondeva le trasmissioni di Radio KLIV lungo tutta la Santa Clara Valley in California, passavano in sequenza un po’ di novità discografiche. Una sera, al termine della diretta radio, il dj Brian Lord si recò al ballo scolastico del West Valley College di Campbell. Sul palco si alternarono alcune giovani band: tra queste gli esplosivi Count Five, capeggiati da Kenn Ellner e da John “Sean” Byrne, che si esibirono nel brano Psychotic Reaction. Brian Lord rimase piacevolmente colpito dalla freschezza scanzonata dei cinque giovani californiani e li mise in contatto con i discografici della neonata etichetta Double Shot Records. La genesi del singolo richiese lunghe sperimentazioni, aggiustamenti e rivisitazioni, sino alla stampa nel giugno del 1966. Il successo fu immediato e, a distanza di pochi mesi, ad ottobre, apparve inevitabile monetizzare il tutto attraverso l’uscita di un album trainato proprio da Psychotic Reaction, con titolo omonimo, stessa casa discografica, riempito con altre otto canzoni inedite e con due cover degli Who. Le undici tracce risultano accomunate da una scarsa ricerca della pulizia sonora, ma non per questo meno orecchiabili e divertenti, fedeli a quel solco evolutivo (o involutivo) che parte dal rock’n’roll e insegue le mille sfaccettature del rockabilly, del rock psichedelico e del garage, impastandosi di schitarrate grezze e distorte, di note sature, ma anche di boogie, di falsetti e di frangette dondolanti in salsa londinese.
Tutto il disco paga dazio alla precipitosa corsa in studio, con i testi e gli arrangiamenti evidentemente tagliati e cuciti alla meno peggio durante l’ora scarsa di volo aereo tra San Jose e Los Angeles. Stagliato sul tramonto californiano, con un jet lag di oltre mezzo secolo, resta un titolo quanto mai attuale, insegna decisamente kitsch che lampeggia su questi giorni di follia collettiva. “Disturbo psichiatrico con compromissione dell’esame di realtà” recitano le antologie mediche in tema di reazione psicotica. Definizione perfetta della centrifuga socio-comportamentale messa in bella mostra da una comunità, la nostra, non allenata al ragionamento, patologicamente refrattaria alle regole condivise, clamorosamente impreparata al peggio. Un piano sequenza felliniano di untori in mascherina, di ammonitori, di imbonitori, di novelli comunicatori, di esperti del dopolavoro, di artisti dell’hashtag, di complottisti certificati, di catastrofisti, di credenti dell’ultim’ora, di opinionisti accalorati, di embrioni accalcati nella placenta social, di infettivologi sgomitanti nella bottega del fornaio, di buyer persi tra gli scaffali con la lista stretta nel pugno e l’auto in doppia fila, candeggina o amuchina, amuchina o candeggina, maledetta chimica, maledetto quel prof occhialuto, mai un sorriso e men che meno una sufficienza, le scritte sui muri, le sigarette in bagno, l’ora di religione, l’occupazione, la preoccupazione, la disoccupazione, la pensione.
La coperta è corta. Maledettamente corta. Mi sento confuso. Psychotic reaction.

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