“Costellazioni Familiari” – di Marina Marino

Io c’ero. Nel corpo di Ida, sotto il suo cuore: lo sentii contrarsi e diventare nodo. Nel piccolo bagno, quando quei sospetti che da mesi le vagolavano nella testa presero forma. La forma di un profumo dolciastro spruzzato su mutandine nere messe ad asciugare sulla vasca, no, sul mezzobagno, qualcosa che spero sia andata fuori produzione. Forse mi arrivò nelle narici quel profumo, ma ricordo la gittata cardiaca e il dolore con affilata precisione. Perché vogliamo sapere? Beati gli smemorati, gli stupidi, coloro che non sanno. Eppure Ida aveva sposato Mario sapendo che non riusciva a trattenersi, che se vedeva una donna che gli piacesse la doveva scopare. Siamo vivi, sbagliamo. Quella seconda gravidanza portò a Ida un perenne mal di schiena, doveva badare a sua figlia e a quella casa tra i glicini e il mare. A quel tempo, nel 1965-1966, trent’anni ne facevano una donna di mezz’età. Allora chiese a sua nipote diciottenne o giù di lì di venire in casa a darle aiuto e compagnia. Ida, lasciata dal padre quando aveva un anno, non si sarebbe mai staccata dalla sua numerosa famiglia d’origine. La bellezza conta poco, Ida era bella, ho visto tante foto: la nipote aveva un viso equinogambe storte, ma era più giovane e odorava di novità. Prevedibile e laida come una barzelletta sporca già sentita, Mario e Lisa si misero insieme. Lo sentivo il dolore di Ida, era un mare forza otto nelle mie orecchie, intorbidava il liquido amniotico, la culla in cui si dice si aneli a tornare, in cerca di sicurezza. No, lì non mi sentivo sicura. Ida non aveva abiti premaman, si era cucita due gonne con l’elastico in vita, ricordo il rumore ritmico del pedale della vecchia Singer, quello mi piaceva. Come nelle peggiori commedie, non mancò una lettera anonima che fugasse ogni dubbio e abbondasse di particolari. Poteva non leggerla? Da qualche parte ho letto che è impossibile resistere a una busta chiusa. Lo penso anche io. Ida mandò via Mario di casa, sentii il tonfo del suo cuore all’unisono con quello della porta che si chiudeva e nel mio, forse, si aprì una crepa. Ida divenne afona per quasi due mesi, disseminò la casa di campanelli e biglietti per chiamare sua figlia, sua madre andò a vivere con lei, suo padre, che aveva perdonato da anni, la portò dai migliori specialisti. Lei avrebbe amato Mario per ogni giorno della sua vita, era il suo uomo: spesso mi dico che non si dovrebbe mai amare così.  Di “questa piccola storia ignobile”, sono certa che anche Mario la amasse. Tornò la voce, io fui buona, non volevo creare altri problemi, nacqui dopo un travaglio di tre ore e un parto spontaneo. A nove mesi parlavo, camminavo, Ida mi allattava nella superstiziosa convinzione che fosse merito del suo latte. Quando mia sorella tornò a casa con il grembiulino zuppo di lacrime del padre, Ida perdonò. Perdonò Mario e anche Lisa. Erano gli anni Sessanta. Era una famiglia di aspiranti piccolo borghesi. Perdonare, che parola becera. Fai quello che ti senti dentro, un giorno sì, un giorno no, qualcuno sì, qualcuno mai. Vorrei dire a Ida che cercare un’altra pelle non è il modo peggiore di tradire anzi, forse non è neanche un vero tradimento. Ci sono modi peggiori di tradire, di far male che, probabilmente, avrebbe dovuto lasciare Mario il primo anno di matrimonio, quando, con la ceneriera sul bracciolo della poltrona, buttava cicche e cenere sul pavimento lucidato a cera. Tradire, amare, perdonare. Sono parole, a volte, vuote come noci di cocco spolpate, se ne sente il  rumore e non il suono. Vorrei dire a Ida tanto di me, di lei, ma ogni volta che ci provo accade un evento singolare. Divento afona.

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