Cormac McCarthy: “Suttree” (1979) – di Dario Lopez

“Non hai nessun diritto di rappresentare così la gente. Un uomo è tutti gli uomini. Non hai diritto a tanto squallore”. Queste le ultime parole di Cornelius “Buddy” Suttree davanti al corpo esanime dell’amico cenciaiolo, spirato nella più nera solitudine all’interno di una grotta buia, adagiato tra le immondizie. Di fronte a una fine come questa quali certezze restano? Quali dubbi? Come può succedere, chi lo permette? C’è ancora qualche forza superiore a cui importi di noi? “Suttree”, considerato l’opera più alta dello scrittore americano Cormac McCarthy, ci trasporta nel 1951 a Knoxville, Tennessee. Seguendo le vicende dell’esule dalla società Buddy Suttree il lettore avrà modo di camminare fianco a fianco con gli ultimi e i dimenticati, gli abbandonati da un mondo che poco si cura di quelli che considera alla stregua di scarti, materiale di risulta di una rimonda umana spietata e cattiva. Sarà bello in fondo fare la conoscenza di “ladri, derelitti, miscredenti, paria, poltroni, furfanti, spilorci, assassini, giocatori ruffiani, troie, sgualdrine, briganti, bevitori, ubriaconi, trincatori e quadrincatori, zotici, donnaioli, vagabondi, libertini e debosciati vari”. L’esistenza di Suttree e quelle di tutto il popolo a cui appartiene, più che dal dolore o da una vera infelicità (smentita anche dal protagonista), sono bollate dalla miseria, da un vivere ai margini che difficilmente lascia scampo. Nel mare di caratteri che si incontrano nei pressi della zona del fiume Tennessee, a spiccare è una nera solitudine, anche quando i coprotagonisti sono in compagnia, figli di un’ingiusta estrazione sfortunata, di un tiro di dadi sbagliato che segna l’esistenza di tutti questi poveri cristi. Nel mondo degli ultimi c’è spazio anche per un po’ d’amore, per l’amicizia, per qualche risata, tutto disseminato in pagine (di carta e di vita) velate di immensa tristezza. Non per tutti, purtroppo, è così facile trovare la propria strada. “Suttree” vive solo, lungo il fiume, in una baracca galleggiante, cercando di campare di pesca. Tutto intorno a lui è melma, sporco, fatiscenza. In un’esistenza dove trovare lo scopo è arduo, anche il dolore, quello più grande, e l’amore, quello comunque effimero… sono solo brevi e rapidi passaggi in un continuum di povertà e miserie. Per quanto il romanzo sia stato definito dalla critica finanche esilarante (non mancano in effetti i momenti divertenti), è sicuramente il suo lato più triste ad emergere con prepotenza, a maggior ragione se ci si ferma a riflettere sui contenuti proposti da McCarthy. La lettura è sicuramente densa, non troppo agile, la ricchezza di linguaggio dello scrittore è quasi spaventosa. “Suttree” è uno di quei libri dove ancora è utile se non indispensabile tenere un dizionario a portata di mano, non solo per l’accurata descrizione del territorio con un’attenzione tutta particolare alla vegetazione dei dintorni di Knoxville, ma per l’utilizzo sistematico di termini desueti o poco utilizzati nel nostro quotidiano (e complimenti alla traduttrice Maurizia Balmelli). “Suttree” ha tenuto inchiodato chi scrive per circa tre mesi, si è rivelato una lettura appagante ma a tratti difficoltosa… un libro da non affrontare a cuor leggero, indubbiamente un grandissimo lavoro di quello che è considerato uno dei maggiori autori statunitensi contemporanei.

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