Corde Oblique: “The Moon Is A Dry Bone” (2020) – di Francesco Picca

Per fortuna le cronache “virali” e lo sconquasso globale non arrestano la produzione musicale. È di questi giorni l’uscita dell’album “The Moon Is A Dry Bone” (Dark Vinil Records/Audioglobe 2020), settimo lavoro in studio per i Corde Oblique. Fondatore e anima del progetto è il chitarrista e compositore Riccardo Prencipe che, in questo disco, ha riversato ciò che di buono ha raccolto in quasi vent’anni di esperimenti musicali testati in giro per l’Europa e persino in Cina. Grande cura dei dettagli, contaminazioni, agganci e riferimenti ad altre forme d’arte, tanto spazio creativo per accogliere tutti i contributi delle numerose anime che si sono manifestate ed espresse in questo lavoro. Abbiamo dialogato con Riccardo Prencipe.
Come siete arrivati a questo disco, attraverso quali scelte? “La mia scrittura si distingue per una certa discontinuità, nel senso che tendo a contraddire il lavoro precedente alternando lo strumentale al cantato, le voci maschili alle voci femminili, le sonorità acustiche a quelle elettrificate. Questo disco arriva dopo quattro anni dall’uscita dell’ultimo album, “I maestri del colore” (Infinite Fog/Audioglobe 2016) e torna al cantato, al genere cantautoriale, ma anche al progressive.
Quali sono le vostre influenze musicali? “Nella mia famiglia si ascoltavano molto i cantautori italiani e questo spiega quel “tenero” che c’è in me. La mia formazione personale è stata invece piuttosto contorta: è partita dall’ascolto della musica medioevale per poi passare alla classica e al metal estremo. Nell’ultimo disco c’è qualcosa di riconducibile al folk, mescolato anche allo shoegaze di matrice britannica, soprattutto per l’utilizzo di effetti come il sustain e il drone per le chitarre. Vi sono anche ulteriori contaminazioni portate dagli altri strumentisti, come ad esempio le sonorità free-jazz e sperimentali del bassista Umberto Lepore, il background neofolk del violinista Edo Notarloberti, il groove aggressivo e la grande creatività ritmica del batterista Alessio Sica; significativo anche il contributo della cantante Rita Saviano che, formatasi con l’ascolto del post-rock e del dream-pop, ha compreso appieno lo spirito del progetto e dell’interpretazione vocale”.
L’album registra altre collaborazioni. “Sì, hanno suonato con noi il percussionista Michele Maione, che riproduce suoni di grandissima ampiezza e risonanza e che mi ha impressionato per il gusto impeccabile nell’arrangiamento di ogni brano; Carmine Ioanna, il fisarmonicista dei Cirque du Soleil, un grande talento dai meravigliosi virtuosismi che ha dato a tutto il lavoro un tocco ancora più fiabesco, da racconto di strada; infine ma non ultimo, il pianista Luigi Rubino che è un habitué delle nostre registrazioni in studio”.
La traccia Temporary Peace è una cover dei britannici Anathema. “Li ho scoperti quando avevo quindici anni ascoltando “Silent Enigma”, un album pervaso di atmosfere visionarie e sognanti. Poi li ho abbandonati per alcuni anni. Quando sono tornato ad ascoltarli ho ritrovato un’altra band. Ho avuto modo di conoscerli e il loro bassista storico, Duncan Patterson, ha suonato il mandolino irlandese in Gioia di vivere, un brano contenuto nel nostro album “A Hail of Bitters Almonds” (Prikosnovénie/Audioglobe 2009). La cover Temporary Peace rappresenta un doveroso tributo”.
Il brano Il terzo suono vanta il contributo di Miro Sassolini, voce storica della new wave italiana che da anni si dedica alla ricerca e alla sperimentazione. Miro ci ha parlato di questa collaborazione: Conosco Riccardo da diversi anni e più volte ci siamo ripromessi di fare qualcosa insieme; quando mi ha proposto questa collaborazione ho accettato di buon grado. Mi ha inviato la demo di una ballata folk chiedendomi una svolta elettronica. Gli ho mandato una prima versione super sperimentale, decisamente provocatoria. Abbiamo optato per muoverci su una linea mediana: ho lavorato sulla struttura ritmica del testo e sui raddoppi di voce, spezzando la metrica per meglio incastrare le parole all’interno del solco sonoro e consentire al brano di fluire”.
Altra voce che non ha bisogno di presentazioni è quella suadente di Andrea Chimenti, offerta alla traccia La strada. Questo il suo commento: Già conoscevo e stimavo Corde Oblique, poi ho conosciuto personalmente Riccardo Prencipe ad un mio concerto a Napoli; sin da quella sera ho colto una certa sintonia tra noi due. Quando incontri sulla tua strada una persona che ha la tua stessa risonanza te ne accorgi subito. Qualche tempo dopo mi ha inviato un brano con la proposta di cantarlo. Ho voluto partecipare al progetto perché La Strada è un brano importante, una canzone autentica che parla di un percorso, quello della vita, fatto di gioia e di sofferenza. Io ho dovuto solo interpretarlo cantando quelle parole che ho sentito vicine e appartenermi, anche se scritte da Riccardo; questo accade solo quando un testo è “alto””.
La voce recitata in La casa del ponte è di Maddalena Crippa, attrice, tantissimi lavori con Giorgio Strehler in teatro, con il Maestro Dino Risi nel cinema, nonché eccellente interprete del Teatro-Canzone di Gaber; una carriera, la sua, che è impossibile riassumere in poche righe. Abbiamo raccolto anche il suo pensiero: “Ho accettato volentieri la proposta di Riccardo, che ho conosciuto al termine di un mio spettacolo in teatro. Lui ha tracciato un solco musicale ben definito e un bel testo incalzante rispetto ai quali ho messo al servizio la mia vocalità e la mia sonorità, esercitate negli anni sul palcoscenico. Ho sempre considerato il canto una strada parallela rispetto alla recitazione, pertanto ho studiato e continuo a farlo, cercando di perfezionare la mia naturale attitudine ad esso”.
Riccardo, torniamo a parlare della produzione del disco che, mi pare, possa vantare un mastering d’eccellenza. Non sono un audiofilo, ma ho sempre tenuto ad un suono impeccabile. In questo lavoro è stato fatto tutto al meglio e sul processo sonoro in particolare non abbiamo risparmiato energie. Al termine dell’eccellente mixaggio di Massimo Aluzzi presso gli Splash Studios di Napoli ho testato tre studi per il mastering. Dopo una riflessione durata quasi un mese ho scelto il lavoro del Abbey Road Studio di Londra, optando per la delicatezza, il respiro e la grande dinamica dei suoni che i tecnici londinesi sono riusciti a realizzare”.
C’è un filo conduttore tra i testi? “Sono tutti testi miei tranne The Moon Is A Dry Bone, scritto da mia moglie, titolo di una sua raccolta di poesie. Guardando mia figlia crescere sto ripercorrendo la mia infanzia e sto facendo i conti con la disillusione di ogni bambino che osserva sognante la luna e poi, una volta cresciuto, vi atterra e realizza che “la luna è un osso secco”, un deserto in cui non c’è quella bellezza che ammirava da lontano. I testi vertono in gran parte sui miei ricordi di adolescente e sulle nuove sensazioni della paternità: La Strada è quella che mi ha portato dall’essere figlio al diventare padre; La casa del ponte è l’abitazione dove sono cresciuto; Il terzo suono è quello di Tartini, ovvero il fenomeno acustico che risulta dal suono contemporaneo di altri due armonici e che, in questo momento della mia vita, è rappresentato dalla mia bimba; Il figlio dei vergini descrive il meraviglioso quartiere Sanità nella Napoli antica, prima del moderno abbruttimento sociale e culturale.
Nell’album vi sono molteplici riferimenti all’arte, in tutte le sue forme. Anche nell’immagine di copertina? “Sì, le foto di copertina e di retro-copertina sono di un fotografo indonesiano, Hardijanto Budiman. Ritengo abbiano i caratteri perfetti dello spirito del momento, è come se anticipassero la situazione che viviamo oggi, benché siano state realizzate molto tempo prima. Il titolo è “Niente può avvenire tra di noi”: la distanza, il senso di gravità, l’incomunicabilità tra le due figure le rende simili a due sirene scure in un mare desertico, appunto un “osso secco”. Mi sono reso conto che l’opera sposava perfettamente il significato e le finalità del titolo. Mi piace anche il fatto che le due figure siano due asiatiche perché noi abbiamo da sempre un legame silenzioso con la Cina.
Parlami della scelta di uscire comunque in questo periodo, nonostante l’impossibilità di promuovere in maniera tradizionale il disco. Saremmo dovuti partire proprio per la Cina dove, in passato, abbiamo già fatto una tournée e dove abbiamo un discreto seguito. Purtroppo ci vorrà un po’ di tempo prima che sia possibile fare di nuovo musica live. L’uscita del disco l’abbiamo però confermata, anche perché la macchina promozionale era già in moto. La scelta ci ha ripagato, infatti il risultato è stato impressionante, sia come vendite sia come attenzione nell’ascolto del disco. La permanenza forzata in casa, lontano da una routine ormai disumana, ha evidentemente creato nuovi spazi per l’ascolto della musica”.
Sei un insegnante; come ti rapporti ai tuoi alunni rispetto ai gusti musicali e al gap generazionale? Da qualche anno insegno storia dell’arte in un liceo classico. Tornando in una dimensione giovanile ho creduto ingenuamente di ritrovare quel panorama poliedrico che caratterizzava i gusti della mia generazione. Oggi vedo invece una certa omogeneizzazione culturale che investe anche la musica e che non viene facilitata dallo stordimento multimediale. Le eccezioni ci sono, ma sono davvero poche. Ho comunque una platea attenta e ricettiva, con cui mi confronto spesso e che cerco di stimolare ad una forma di studio interdisciplinare spaziando dalle arti visive a quelle letterarie, sino al cinema e alla musica.

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