Consorzio Suonatori Indipendenti: “Matrilineare” (1997) – di Marina Marino

“Sei nipote di un assassino”, io assorbii questo stigma, un altro, mentre la luce gelida del neon ospedaliero gettava sui lineamenti di mia madre gocce violacee che  facevano intuire, presagire, temere, il viso che avrebbe avuto da morta. Mi  sono sempre piaciute le storie, però, quindi ascoltai. Fui trasportata in una camera da letto di quasi un secolo prima, dita bianche di donna drappeggiavano un  sciarpa di seta sulla lampada, dono di nozze,  immergendo l’ambiente in una luce calda, intima, rosata. Complice e testimone muta. Folco sapeva del pericolo, ma a venticinque anni in molti uomini predomina l’istinto, il pericolo lo eccitava, la donna lo eccitava. 
Il desiderio trascina con forza incontrollabile
, non ti fermi a pensare che sei sposato con tre figli piccoli, anzi, non pensi e basta. Sali i gradini in fretta, tre alla volta,  tre sono i colpi lunghi sulla  porta di legno, il segnale convenuto, l’abbraccio quasi sulla soglia, incoscienti, egoisti, belli e felici. Lei ha un bimbo di un anno che ha affidato alla vicina, non le danno requie quelle emicranie recenti, ha bisogno di un paio d’ore di silenzio, buio, riposarsi sul letto accanto al quale galleggiano foglie di menta in un bacile bianco. Il marito è fuori città per lavoro, puoi farmi questo favore, e si allacciano e spogliano e rotolano già nel corridoio, lui la bacia, sa baciare, sa toccare, ridere e sono solo due giovani senza figli o matrimoni nella luce rosa, non sentono, non vedono nulla. Neanche i passi, l’arrivo inatteso del marito, fortuito, avvisato, la parola alla difesa, dopo.
La gelosia è una forza distruttrice, come lo è il desiderio o la vita stessa. Una pochade dal finale tragico, l’amplesso ora è tra i due uomini, si rotolano sulle riggiole, le mani di uno stringono il collo di Folco, mio nonno, il respiro si mozza, si accorcia, gli occhi si velano, venuzze si spaccano nei bulbi, la morte ha uno strano odore di ferro. Folco allunga la mano, non vuol morire senza combattere, trova il bacile smaltato dove poco prima, una vita prima, la sua amante si è lavata e profumata per lui, tre colpi secchi, al capo, ne bastava uno. Sangue, urlauna vita per una vita, gocce che stillano, ma il sangue non gli appartiene, me lo sento dentro, l’uomo muore.
Evitare lo scandalo, per carità. Il foulard scivola a terra, la luce ora illumina una scena troppo confusa per essere macabra. Il padre di Folco chiamò il miglior avvocato del tempo, legittima difesa, tre anni, reputazione intatta grazie a un nome errato sul giornale, un colpo di culo, mia nonna, la dolcissima, ospitata a turno dai suoi numerosi fratelli. Sembra una comparsa, ma quanto dolore e amore abbia dentro questa giovane donna coraggiosa e forte, io lo so, lo capisco, lo sento. Tre anni passano, lei perdona e riaccoglie quello sposo troppo e male amato, forse per amore, forse allora ( solo allora?), alle donne non si danno troppe scelte.
Insieme hanno altre due figlie, dall’ultima, dai suoi fianchi e dal suo, dal loro sangue, nasco io. Io che ora, cent’anni o un minuto dopo, controllo il catetere di mia madre, le sistemo il cuscino, le bacio la fronte, voglio rassicurarla e la sconvolgo “Mamma, io credo che ognuno di noi possa uccidere, non solo per difesa. Io, dentro, so di poterlo fare”. Mi guarda, smarrita, la flebo nelle vene consumate e rotte. ”Tu? Ma se sei così buona”Non lo sarei se non avessi anche un’anima nera, penso, ma mitigo in tono rassicurante, in quello sono esperta “Per difendere i miei figli, intendo”.
Questa storia non mi appartiene. Questa storia, per memoria genetica ed “eredità d’affetti”, è anche la mia. Ieri mattina un’amica mi ha chiesto se io sapessi cosa vuol dire amare. Non enumero più le piscine vuote e le braccia sbagliate in cui mi sono buttata, prima di poter dire, con approssimativa certezza, che lo so. O almeno lo penso, lo credo, lo spero. Vero, questa storia non è la mia, ma per staccarsi dalle proprie radici, per reciderle, bisogna conoscerle. Anche se gocciolano sangue.

Tutte le tonalità del vivido / Pallori nuovi tendenti al fluorescente
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matrilinearità: in antropologia sociale, sistema di discendenza per linea materna, nel quale cioè i figli ereditano la posizione sociale e il possesso dei beni dalla madre anziché dal padre; mentre il ruolo del padre risulta prevalentemente affettivo, la madre occupa una posizione di grande potere e prestigio, pur essendo affiancata, in particolare nell’educazione dei figli, da uomini della sua stessa linea di discendenza.

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