Comus: “First Utterance” (1971) – di Pietro Previti

Avvertenza del recensore: al distratto o incurante ascoltatore consiglio vivamente di prendere le distanze dal disco che mi appresto ad illustrare. Contiene materiale deviato e repellente. Non risulta, inoltre, particolarmente indicato a persone suggestionabili o ad anime candide. Ripetuti ascolti potrebbero seriamente comprometterne la stabilità mentale. Passate, quindi, alla recensione successiva voi deboli di cuore. Gli anni Sessanta sono terminati da qualche mese. Pentangle e Fairport Convention sono le stelle luminosissime del folk-rock inglese. Il genere è nel momento di suo massimo splendore; non si contano i seguaci e gli imitatori. Solo pochi raggiungeranno vette altrettanto vertiginose come gli Steeleye Span, affiancati da altre formazioni che resteranno ad appannaggio di un più ristretto numero di appassionati come i Trees ed i Forest. Registrato nei mesi di novembre e dicembre del 1970 al Pye Studios di Londra, “First Utterance” venne dato alle stampe dalla Dawn Records, piccola label sussidiaria della Pye Records che, con tale operazione, cercava di arginare iniziative simili intraprese dalle concorrenti EMI e Phonogram, con la creazione delle etichette Harvest e Vertigo. Fondata nel 1969, la Dawn aveva il compito di individuare e dare voce a piccole realtà underground meritevoli per originalità e qualità insolita della proposta musicale. La lista delle pubblicazioni è breve ma del tutto degna di nota, essendo affidata ad artisti come Titus Groan, Pluto, Brotherhood of Man, Mike Cooper e, per l’appunto, Comus. Il lavoro di Roger Wootton e soci, prevalentemente acustico ed affidato a strumenti atipici per il rock come violino, viola ed oboe, è riconducibile ad un percorso collocabile in ambito acid-folk. Anche altri generi, come il Progressive o l’Art Rock, sebbene a posteriori e quando l’album avrà già consolidato la fama di pietra miliare, ne rivendicheranno l’appartenenza o, quanto meno le affinità. Nipoti allucinati ed inquieti rispetto ai fondatori del genere (Incredible String Band e COB), i Comus sin dal titolo posto alla band fanno omaggio all’omonima figura posta dal letterato e filosofo inglese John Milton a protagonista di un suo breve poemetto pastorale in onore della Castità. Il testo, scritto nel 1634 per una rappresentazione teatrale in maschera (“The Masque”) da tenersi in una dimora nobiliare in Inghilterra, narra le gesta del Comus, divinità licenziosa e figlio di Bacco e Circe, intenzionato a porre fine alle virtù di una giovane e virtuosa donna rapita nel bosco, avendo deciso di approfittare di lei con il ricorso alla necromanzia. “First Utterance” è un lavoro ricco di influssi ancestrali che rimanda ad un tempo remoto ed idealizzato, quello dell’Arcadia… ma non si tratta di quella vagheggiata da Jacopo Sannazaro, bucolica e pastorale quanto, piuttosto, ad una che appare espressione di un mondo pagano ed oscuro in cui aleggiano presenze malvagie ed infide. Inoltre, si parla di assassinio, stupro e rapimento. Cose così, insomma. Il trentatré giri si presenta insolito anche per la durata, 49 minuti per soli sette brani, e per la copertina gatefold disegnata dallo stesso Wooton che ritrae un personaggio deforme e viscido che striscia verso le sue indicibili bramosie, probabilmente irraggiungibili. Che si tratti del personaggio di Milton?  Difficile rinvenire chiari punti di riferimento nella musica dei Comus. I suoni appaiono cupi ed ossessivi già nella prima canzone, Diana, chiaramente identificabile nella giovane donna assalita dal Comus. Pubblicata anche come 45 giri, Diana può considerarsi il manifesto programmatico della band. Anche il successivo The Herald, il brano più lungo dell’intero LP dall’alto dei suoi dodici minuti, lascia trasparire una tensione incalzante malgrado l’angelica voce di Bobbie Watson intervenga a spegnere l’agghiacciante intro prodotto dalle oscillazioni di un theremin. La stessa cantilena di Bobbie funge da preludio al magnifico arpeggio fingerpicking di Glen Goring ed ai successivi inserti di Colin Pearson al violino e di Rob Young al flauto. rendono un’atmosfera di sublime pathos, tutt’altro che rassicurante. Incredibile pezzo in anticipo sui tempi che da solo è sufficiente ad attribuire alla band, innegabilmente composta da grandi musicisti sebbene appena poco più che ventenni, l’attributo di cult. Altro sabba infernale è la lunga danza tribale di Drip, Drip. Rito sacrificale in note, che lascia poco spazio all’immaginazione (Gocciola, Gocciola). La voce di Roger Wootton assume toni malvagi e selvaggi e annichilisce quella di Bobbie Watson, ridottasi a semplici sussurri e gemiti. Song to Comus è un’ipnotica rievocazione della divinità cui il lavoro è dedicato. Ancora una volta l’uso non convenzionale della voce dei due cantanti, intervallata dall’uso malsano di strumenti da musica da camera creano suggestioni arcaiche e misteriose. Probabilmente è il titolo che maggiormente avvicina le sonorità acide al genere progressive, specialmente per l’approccio vocale di Wootton molto vicino all’espressività di Roger Chapman dei Family. The Bite è appena più innocua, prima di librarsi anch’essa in danza vorticosa ed allucinata, dovuta preminentemente all’utilizzo del flauto. Un po’ come se Ian Anderson, dopo l’assunzione di amfetamine, si trovasse in placida contemplazione estatica. Discreto il  sequel da soundtrack da film dell’orrore offerto dal breve strumentale Bitten, posto a preludio delle cupe atmosfere di The Prisoner. Pur distaccandosi dal tema principale ed introdotta da una chitarra acustica vagamente spagnoleggiante, la canzone tratta della delicata questione della insanità mentale  e delle convenzioni sociali che portano a rinchiudere le persone afflitte da queste malattie. Pubblicato inizialmente in diecimila copie, buona parte delle quali rimaste invendute o ritirate per l’errata indicazione della durata dei brani sul vinile, “First Utterance” vivrà di vita propria fino ad essere considerato un capolavoro immancabile di quegli anni. In tal senso, non pochi artisti pagheranno dazio alla band di Wootton. Dagli Opeth di Mikael Åkerfeldt che recupereranno spezzoni di testi, ai Current 93 di David Tibet che proporranno una stravolta versione di Diana. Qualora abbiate disatteso la premessa ad inizio articolo e per qualche vostra incomprensibile o recondita ragione, su cui  varrebbe la pena indagare, la proposta vi sia piaciuta, appare opportuno consigliarvi in abbinamento anche un film. Cercate in rete “The Wicker Man”, un film inglese del 1973 con Christopher Lee. Poi ne riparliamo.

Comus: First Utterance” (Dawn Records 1971).

Lato A: Diana: 4:28 (Colin Pearson). The Herald: 12:11 (Andy Hellaby, Glen Goring, Roger Wootton).
Drip Drip: 11:35 (Roger Wootton).
Lato B: Song to Comus: 7:25 (Roger Wootton). The Bite: 6:20 (Roger Wootton).
Bitten : 2:15 (Andy Hellaby, Colin Pearson). The Prisoner: 6:20 (Roger Wootton).

Roger Wootton: chitarra folk, voce solista. Glen Goring: chitarre folk sei e dodici corde, slide guitar,
canto, percussioni, batteria. Colin Pearson: violino, viola. Rob Young: flauto, oboe, percussioni, batteria. Andy Hellaby: batteria fender, basso slide, canto. Bobbie Watson: percussioni, canto

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