“Compleanno ’77” di Roxanne Cornaille

Mi sbatto giù dal letto in una giornata come tante altre.
L’autunno è appena iniziato. 
C’è già la nebbia… appena un velo. Devo correre in stazione.
Rischio di non salire sul treno delle 7,12 che mi porterà a Torino.
Da pochi giorni ho iniziato a frequentare i corsi universitari.
Sono felice. Sono contenta. Sono ai sette cieli. In testa ho mille idee che mi frullano.
Voglio essere un insegnante. Non voglio alunni intruppati, che si omologhino allo stesso modello.
Li aiuterò a essere curiosi, a coltivare il senso critico e a sviluppare le loro personali capacità.
Oggi è il 1 ottobre 1977… anche il giorno del mio compleanno.
Mentre il treno compie la sua corsa, assaporo l’idea della festa e dei regali che troverò al mio ritorno.”

Torino era in fermento quel primo d’ottobre.
A Roma, il giorno prima, era stato ucciso lo studente Walter Rossi.
Durante una manifestazione venne colpito alla nuca da un proiettile e morì sul colpo.
Di questo omicidio sarà poi accusato Alibrandi, un esponente di estrema destra, appartenente ai NAR.
Non fu mai processato… perché morì anche lui in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine.
Quando raggiunsi Palazzo Nuovo, sede delle facoltà umanistiche, seppi che Torino si era mobilitata.
Il corteo avrebbe avuto la sua conclusione nel nostro ateneo e nell’aula magna si sarebbe tenuta un’assemblea.
Alle 11,30 mi diressi verso via Po. Giunta all’edicola sentii un boato.
Si mescolavano gli slogan dei manifestanti che stanno sopraggiungendo da piazza Castello, un’acre puzza di bruciato e l’urlo disumano di un uomo. Una torcia umana che corre in mezzo alla strada.
Subito alcuni passanti gli buttarono addosso giacche e giubbotti per spegnere le fiamme.
Gli strapparono brandelli di vestiti che gli si erano incollati alla pelle. Gli tolsero le scarpe, che continuavano a bollire.
Lo fecero sedere in mezzo alla via su una sedia blu cobalto, in attesa dell’ambulanza.
Non sembrava un uomo. Sembrava un pezzo di carbone ardente. Immobile com’era, sembrava morto.
Solo gli occhi balenavano. Il bianco di quegli occhi vispi, veloci, terrorizzati.
Occhi che non dimenticherò mai quelli di 
Roberto Crescenzio.
Aveva ventidue anni. Figlio di gente umile, venuta dal Veneto in cerca di una vita migliore.
Aiutava il padre decoratore e studiava. Era iscritto alla facoltà di chimica e si trovava in quel bar per caso.
Per bere un aperitivo in compagnia di un amico. Un gruppo di autonomi fecero irruzione nel locale e cominciarono a dare bastonate agli avventori. Roberto spaventato si rifugiò nella toilette. Quando ne uscì un muro di fiamme gli sbarrò la strada verso l’esterno del bar. Per non morire asfissiato si buttò oltre l’incendio.
Gli autonomi, nell’abbandonare il locale, che credevano vuoto, avevano lanciato dentro alcune molotov.
La moquette prese fuoco velocemente…
Crescenzio non ce fece. Morì il 3 ottobre, dopo una inutile agonia.
Un’angoscia pesava dentro me. L’assurdità di una morte casuale.
Solo per essersi trovato nel posto sbagliato… al momento sbagliato.
“I tuoi cari che ti hanno visto uscire felice al mattino non ti vedranno più”.
Tutto questo orrore causato dall’odio. Portare la morte a persone sconosciute e innocenti.
Come nasce l’odio… come si alimenta?
L’odio si sviluppa su insegnamenti e dottrine sbagliati. Le vittime non sono riconosciute come persone, ma catalogate come cose. Nella storia tanti innocenti sono stati uccisi con indifferenza e, talvolta, con sadismo.
Difficile immaginare come una società che si definisce progredita e civile, possa far maturare certi eventi al suo interno.
Per ironia della sorte il locale si chiamava “L’angelo azzurro” e da lì volò via un angelo nero per le volte del paradiso. Quella sera mangiai la mia torta, che trovai parecchio amara.

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