Colson Whitehead: “La ferrovia sotterranea” (2016) – di Maurizio Pupi Bracali

Che cosa divide un romanzo surreale da uno assolutamente materialista e calato profondamente nella realtà? Niente, in questo caso. Colson Whitehead, scrittore afroamericano vincitore del Premio Pulitzer e del National Book Award grazie allo straordinario “La ferrovia sotterranea” (The Underground Railroad 2016), riesce a inventarsi un’inconcepibile situazione surreale come unica arma contro la violenza e la prevaricazione. Siamo nell’ottocento americano, prima della guerra civile e dell’arrivo di Abrahm Lincoln. Siamo in quegli stati del Sud degli Stati Uniti  (la Georgia in particolare) dove l’economia è fiorente grazie allo sfruttamento degli schiavi con tutto il corollario di violenza e disumanità legato a quel sistema. La protagonista è una donna, Cora, schiava e figlia di schiavi che come tutti sogna la libertà, anche perché sua madre, Mabel, è una sorta di leggenda nella comunità di colore, essendo stata l’unica persona riuscita a fuggire dalla piantagione dove la stessa Cora è tenuta schiava e prigioniera. La fuga di Mabel si trasforma in mito, essendo inconcepibile, viste le norme di sicurezza e i controlli simili a quelli di un lager nazista da cui è comunque frequente tentare di fuggire, anche se oltre la mamma di Cora mai nessuno è mai riuscito a farcela. Tutti gli schiavi che ci hanno provato sono stati ripresi, catturati, torturati e uccisi con inaudibile violenza e una disumana ferocia che ben poche altre volte abbiamo letto in libri o vista nei numerosi film dedicati all’argomento. Eppure anche Cora tenterà la fuga, sono passati anni da quando l’unica persona, sua madre, ce l’ha fatta (e solo nelle ultime delle quasi quattrocento pagine sapremo come sono andate le cose), ma le condizioni di violenza e prevaricazione non sono mutate. E il surrealismo da cui siamo partiti? Colson Whitehead sa che è praticamente impossibile fuggire da quella piantagione, ce lo dice egli stesso, e allora cosa fa per trovare un escamotage che simboleggi il desiderio, la voglia di fuga, l’anelito di libertà ricercato dagli schiavi in fuga ai quali dare un’unica e straordinaria possibilità di salvezza? Si inventa un treno. Un incredibile e sferragliante treno a vapore con locomotiva fumante, un solo vagone, macchinisti, e capistazione, un treno che assurdamente percorre il sottosuolo in lungo in largo, in quel Sud degli Stati Uniti, conducendo verso la salvezza gli schiavi che ne sono a conoscenza e che dopo la fuga dalle diverse piantagioni di cotone, calandosi in botole nascoste sui pavimenti di isolate fattorie, scendono sottoterra alle fermate aspettando il treno che conduce alla libertà. Anche Cora prenderà quel treno, anche più di un volta, ma la sua ricerca di libertà (e della madre riuscita a fuggire anni prima) non sarà certo semplice, sarà un’autentica odissea con tante e avvincenti situazioni che terranno il lettore col fiato sospeso. Altri meravigliosi personaggi sono presenti in “La ferrovia sotterranea” che ha persino gli accenti di una storia western, o pulp come un film di Tarantino; come il velenoso e crudelissimo Ridgeway cacciatore di taglie e di schiavi sulle tracce di Cora che vive da anni l’onta e la macchia incancellabile, nel suo prestigioso curriculum, causatagli proprio dalla madre di Cora, unica schiava che non sia mai riuscito a catturare nella sua lunga carriera di cacciatore d’uomini. Come Michael il ragazzo ritardato obbligato ad imparare a memoria poesie di grandi autori, delle quali non capisce neppure il significato, da recitare durante le feste e i sollazzi dei padroni che lo esibiscono come un fenomeno da baraccone. “Se si riesce a fare imparare a memoria a un pappagallo qualche filastrocca, può riuscirci anche un negro. Dopotutto si vede a occhio che la testa di un negro è più grossa di quella di un pappagallo”. Come il grande e grosso Caesar, innamorato non corrisposto, che convincerà Cora a fuggire e a prendere quel treno sotterraneo verso la libertà agognata. In questi giorni, dopo più di un secolo dagli avvenimenti narrati nella storia, è cambiato molto per il popolo di colore, ma allo stesso tempo serpeggia da sempre una forma di razzismo più subdola e infiltrante, che si reticola come una ragnatela tra le frange più insospettabili toccando ogni parte del mondo, quando non addirittura palese ed evidente, (il Ku Klux Klan esiste tuttora) e non basta certo un treno che percorre il sottosuolo nato dalla fantasia di uno scrittore per cambiare le cose, ma quella mai esistita ferrovia sotterranea, ovviamente impossibile a concepirsi nella realtà, è il simbolismo surreale della rete di aiuti che, all’epoca di questa vicenda, i primi fermenti abolizionisti riservavano agli schiavi che riuscivano a fuggire. Allo stesso tempo è l’invenzione narrativa che postula che non ci sono veri aiuti da parte di uomini o di un Dio, verso i più deboli, gli ultimi, gli umiliati e i reietti e si è costretti a sognare ancora, e ad inventarsi un situazione irreale e onirica come una ferrovia sotterranea che conduca alla libertà.

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