Colour Haze: caleidoscopio dalle molteplici sfumature – di Giulia Giannoni

Nella scelta di un nome come Colour Haze si cela tutta la dimensione onirica e variopinta in cui ormai da oltre un ventennio viaggia incontrastata questa band tedesca, formata da Stefan Koglek (chitarra e voce), Phlipp Rasthofer (basso) e Manfred Merwald (batteria). Un trio, che malgrado l’esiguo numero di componenti che il termine si porta dietro, basta e avanza a insinuarsi col suo prorompente muro di suono nelle orecchie, nei nervi e nel cuore dell’ascoltatore. I Colour Haze iniziano la loro cavalcata sonora a metà degli anni 90, in un periodo in cui lo stoner rock stava già mettendo piene radici oltreoceano, ed era più che mai fertile in California, dove ha visto la luce… ma nell’Europa del vecchio continente costituiva ancora una novità, e prerogativa di una manciata di gruppi illuminati: tra questi, due band inglesi, gli Electric Wizard e (direttamente da Londra) gli Orange Goblin; e due svedesi, i Dozer e gli Spiritual Beggars. Poi c’erano loro, i tre musicisti stonerrock di Monaco di Baviera. Diversi non solo per provenienza, ma anche per sonorità e atmosfere. Gli altri gruppi citati si muovono infatti su un terreno più heavy, toccando in alcuni casi le vette occulte del doom e dello sludge metal, discepoli diretti (molto più degli americani, a dire il vero) di quel colosso britannico dell’heavy metal, nonché antico capostipite della stirpe stoner, rappresentato dai Black Sabbath. I Colour Haze, al contrario, hanno origini meticce, e le loro ricchissime e sempre diverse influenze fanno della loro musica un caleidoscopio dalle molteplici sfumature, anche se – e questo è fuori discussione – la loro appartenenza alla famiglia stoner è inoppugnabile e il loro inconfondibile sound hard-psych, una volta impresso nella mente, si riconosce a miglia di distanza. Si scrive praticamente ovunque, dandolo ormai per scontato, che risentono fortemente della tradizione krautrock della loro Germania, ma è lo stesso leader Stefan Koglek a dichiarare che il genere kraut non rientra tra i loro ascolti preferiti e probabilmente non li ha nemmeno influenzati granché. Alcune leggere risonanze sono comunque rintracciabili, per lo meno in “Los Sounds de Krauts”, album del 2008 di cui vale la pena ascoltare Weltraummantra, pezzo di ampissimo respiro, ben 18 minuti di viaggio assolutamente ipnotico. Il nome Colour Haze, che richiama per forza di cose la celeberrima Purple Haze di Jimi Hendrix (così come Electric Wizard è formato da due parole riprese dai titoli di due canzoni dei Black Sabbath dei primi anni, The Wizard Electric Funeral), suggerisce la loro devozione al dio della chitarra elettrica, fatto d’altronde attestabile negli splendidi giri di chitarra di Koglek, che fluttuano liberi, ispirati e vorticosi in modo analogo a quelli inarrivabili di Hendrix. Il sapore deliziosamente psichedelico dei loro brani è in effetti un altro dei tratti caratteristici della loro vasta produzione, che si snoda armoniosa, in un’evoluzione costante ma senza bruschi cambi di rotta, nell’arco dei dodici lavori in studio, usciti tutti a un massimo di quattro anni di distanza l’uno dall’altro. L’ultimo, pubblicato nel 2017 e intitolato “In Her Garden”, è costruito a mo’ di concept (compaiono infatti titoli floreali come Lotus, Black Lilly e Magnolia) e attesta ancora una volta la forma smagliante del gruppo. Ci sono tuttavia pezzi o album interi con un retrogusto più specifico: in una delle loro migliori creazioni, “Ewige Blumenkraft” (2013), ad esempio, l’influenza kyussiana si sente forte e chiara, soprattutto nei ritmi in gran parte incalzanti e compulsivi, nei suoni grezzi e corposi, nelle distorsioni a tutto andare. Freakshow, la prima traccia, sembrerebbe quasi un omaggio diretto ai Kyuss e alla loro pazzesca Hurricane, anch’essa traccia d’esordio dell’ultimo album studio della band stoner rock per eccellenza, intitolato “And the Circus Leaves Town” (1995). La voce di Koglek qui urla rabbiosa, roca e indurita allo stesso modo della voce stoner per antonomasia di John Garcìa. She Said, altro lunghissimo brano che dà anche il nome al lavoro del 2012, dopo un incedere misticheggiante, lento e trasognato in cui scivola leggera la melodia del pianoforte, arriva, crescendo gradualmente, a una seconda parte che a un certo punto esplode in un febbrile ritmo tribale, che non può non ricordare, a chi la conosce, quello della magistrale cover di Crazed Fandango di Tommy Bolin, prodotta dagli Atomic Bitchwax, altra band caposaldo dello stoner rock statunitense, con chiari riferimenti al rock psichedelico anni 70. I Colour Haze hanno inoltre aperto la strada a molti gruppi del genere, come i Causa Sui, gli Hypnos 69, i Sungrazer, Los Natas… prodotti dalla loro medesima etichetta, l’Elektrohash Records, che oltretutto è di proprietà dello stesso Koglek. L’influenza gira però anche in senso inverso: basta ascoltare Transformation, contenuta sempre nell’album “She Said”, per rendersi conto di come abbia fatto proprie le suggestioni della desertica Alberto Migré, inclusa in “Delmar”, lavoro del 1998 della band stoner argentina Los Natas: in entrambi i casi, l’incipit è costituito dal suono di onde che si infrangono sulla riva del mare. Un altro marchio di riconoscimento del terzetto tedesco è il climax irresistibile dei suoi brani, che spesso partono sommessi e sussurrati, come accarezzando l’ascoltatore, per poi crescere pian piano in un sensuale intrecciarsi di strumenti, fino a erompere in un vulcano sonoro, la cui lava è capace di avvolgere in un abbraccio sempre più penetrante. Se è vero che la musica è terapia, mai come nel caso dei Colour Haze questa affermazione appare più azzeccata. La loro musica è cura per il corpo e la mente, e ha il potere di guidare verso uno stato di vera e propria estasi tramite il rituale magico delle loro canzoni. Se ciò può sembrare esagerato, invito ad ascoltare Love, decisamente una delle punte di diamante della loro produzione, e senza dubbio dell’album “Colour Haze” del 2005, tra i più conosciuti della band. È un pezzo di quasi dieci minuti che, come suggerisce il titolo, esprime magnificamente il sentimento amoroso, sia esso declinato in senso individuale (la sua escalation da brividi incarna una perfetta rappresentazione simbolica dell’amplesso tra due amanti) o collettivo, come si evince dal testo solenne e impetuoso recitato – più che cantato – da Koglek nella parte finale del brano: “Mi siedo in alto sulla cima di una montagna e guardo lontano, lontano oltre le colline / Mi sento così carico amico mio, così vivo e pieno di tutto l’amore e di tutto ciò che è reale / Dobbiamo gridare, proiettarci verso l’esterno e districare i fili delle nostre menti contorte / E percepire il legame che c’è tra noi e tutto ciò che è vivo / Per stare accanto all’essere vivente più piccolo e a quello più grande senza paura e senza orgoglio / Ho attraversato il tempio del pericolo centinaia di volte / E ho dovuto lavorare duro per mantenere saldo il mio amore e il mio intuito / Per non perdere le staffe e per non perdere la testa / Provo ad avvicinarmi, faccio un passo avanti, barcollo e cado / Tutto il mio rancore e la mia malinconia non erano niente di reale / Perciò chiamate aiuto, chiamate aiuto, porgetevi la mano mano fratelli e sorelle / Coltivate la vostra gentilezza, amate l’armonia e la pace/Svuotate voi stessi da ogni cosa, guadagnate dal perdere, immergetevi nella vostra libertà / Io ci ho solo provato, ma sono sicuro che voi ce la farete”. Nell’album omonimo è presente anche la traccia probabilmente più lunga del gruppo (nientemeno che 22 minuti!), un incessante flusso lisergico intitolato, per restare più o meno in tema, Peace, Brothers & Sisters!. I testi dei Colour Haze sono ridotti all’osso ma fortemente evocativi, usati con parsimonia ma dosati con cura. È in ogni caso il suono a farla da padrone, e l’approccio preferenziale è quello della tradizione jam-session di stile psych tipica degli anni 60, che emerge in maniera egregia nelle “performance live”. Tra queste, occorre ricordare quelle dei numerosi festival stoner a cui i tre partecipano di frequente, come il Roadburn, che si svolge nei Paesi Bassi ma, soprattutto, il Duna Jam, il più prestigioso evento per gli amanti del genere (i quali possono partecipare solo su invito), che ospita i più importanti gruppi stoner rock mondiali e ha luogo ogni anno in Sardegna, ma in una location di volta in volta diversa e svelata solo a ridosso dell’inizio del festival. Riuscire a vedere i Colour Haze insieme a un altro centinaio di teste capellute che oscillano a occhi chiusi nella spiaggia segreta del prossimo Duna Jam è senza dubbio un’esperienza da inserire nella lista delle cose da fare in questo 2018 appena iniziato.

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