Colosseum: “Valentyne Suite” (1969) – di Nicholas Patrono

Facciamo finta di poter premere “stop” lungo lo scorrere del tempo, quindi di riavvolgerne il nastro. Torniamo indietro di cinque decenni, precisamente al 1969, quando il genere “progressive” ancora non esisteva, o meglio esisteva a livello embrionale, in attesa di crescere, svilupparsi e raggiungere la sua identità definitiva. Nel novembre del 1969 vede la luce “Valentyne Suite”, il secondo album in studio dei Colosseum. Una proposta musicale che ha solide radici piantate nel Jazz-Rock, che si discosta dalle psichedeliche follie dei Pink Floyd e dai tecnicismi dei Genesis. Eppure vi è un punto comune nella ricercatezza, nell’abbandono della forma-canzone standard (un vero e proprio attentato alla banalità). La formazione dei Colosseum ai tempi di “Valentyne Suite” è composta da Dave Greenslade (organo elettrico, vibraphone, pianoforte, seconda voce), Dick Heckstall-Smith (sassofono e flauto), Jon Hiseman (batteria e percussioni), James Litherland (chitarre e voce principale) e Tony Reeves (basso). Questo è un disco che ha, oltre ai pregi musicali, un merito storico. È infatti il primo album a uscire per l’etichetta della casa discografica Vertigo Records, che si è poi distinta per la produzione di band di livello notevole. Numerosi gli artisti da menzionare: Jade Warriors, Affinity e Black Sabbath e altri hanno pubblicato i loro album di debutto per la Vertigo. L’etichetta ha proseguito collaborando con Rush, Kiss, Bon Jovi, ed è tuttora attiva: si veda “Death Magnetic” dei Metallica (2008), “King Animal” dei Soundgarden (2012), “13” dei Black Sabbath (2013) o il recentissimo “Resist” dei Within Temptaion, uscito l’1 febbraio 2019. Questi 50 anni di attività della Vertigo Records devono dunque la loro origine a “Valentyne Suite”: un disco poliedrico, che mescola elementi di generi musicali diversi in un sound dalle venature Blues, anello di congiunzione tra Jazz e Rock. Il Jazz permea dalle frenetiche ritmiche di Jon Hiseman e dal sassofono di Dick Heckstall-Smith e, se i primi brani sono godibili nel loro essere una commistione di Blues, Rock e Jazz, in particolare la stralunata opener The Kettle e la notevole The Machine Demands a Sacrifice, dove emergono le capacità solistiche di Dave Greenslade e Dick Heckstall-Smith, è nella conclusiva The Valentyne Suite che i Colosseum mostrano il meglio che sanno fare. Una suite lunga sedici minuti, divisa in tre movimenti, o temi: January’s Search, February’s Valentyne e The Grass is Always Greener. La band esce dalla propria comfort-zone fatta del Blues-Jazz più classico dei primi brani e dà vita ad una lunga composizione, che sembra una storia raccontata in musica, dove le tinte progressive divengono preponderanti. La suite necessita ripetuti ascolti per poterne apprezzare ogni sfumatura, e perché tutti quei dettagli che sfuggono a primo impatto prendano vita. Musica da ascoltare in profondità, con un approccio che abbandoni qualsiasi stereotipo. Non si può dire che “Questa è roba vecchia”, così come non si può affermare che “Era bella solo la musica di una volta”. “Valentyne Suite” è un disco con molti pregi e, a spiccare, sono soprattutto la sezione ritmica e il sax; vi sono certo dei “difetti”, tra cui il timbro di Litherland, che può piacere o non piacere… ma questa è, prima di ogni altra cosa, Musica con la M maiuscola, suonata per passione. Qui l’Arte sta nella capacità dei musicisti di parlare all’ascoltatore. Si può non essere appassionati di Jazz o Blues, come chi scrive, ma in “Valentyne Suite” ci sono tante sfumature diverse e il valore artistico della composizione non può essere messo in discussione. È questo l’approccio che si vorrebbe promuovere: apprezzare il valore artistico di qualcosa, anche se non incontra i propri gusti ma, prima di tutto, imparare come riconoscere questo valore. Quando si parla di musica di qualsiasi genere, dalla Classica alla Techno, dal Death Metal al Jazz, bisognerebbe imparare a conoscere ciò di cui si parla ed essere capaci di discutere di pregi e difetti oggettivamente presenti, senza ricadere nelle banalità. Prima di dire: “Quel cantante non mi piace, quindi è stonato”, oppure: “Quel gruppo non mi piace, quindi fanno schifo, non sanno suonare”, bisognerebbe sapere riconoscere se un cantante è davvero stonato, oppure cosa vuol dire “saper suonare”. Un po’ di educazione musicale (e non solo) farebbe bene a tanti, ingabbiati nelle logiche del mercato. “Valentyne Suite” può essere un inizio? Forse. Di certo è l’ennesima testimonianza, se mai ce ne fosse stato bisogno, di quanto l’Inghilterra degli anni 60-70-80 abbia dato alla Musica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.