I Colori Della Notte – di Bartolo Federico

Lascia che ti parli prima che te ne vada via per sempre. Lascia che ti tocchi prima che tutto finisca; è vero ho commesso un errore dietro l’altro, ma siamo su questa terra per fare delle scelte, e non sempre imbrocchiamo la strada giusta. “Ti picchierò fino a sfogarmi” mi disse guardandomi dritto negli occhi. Fai pure se questo ti farà stare meglio, risposi. Sei solo un alcolizzato del cazzo gridò girando la pagina del libro che aveva in mano. Emise un lungo sospiro e si sedette sul bordo del letto. Sembri un angelo e le baciai i capelli. Eravamo come stracci nascosti nel buio della notte. Ci eravamo trasformati in una storia per qualche fottuta canzone di Nick Cave. Eravamo uno stupido errore. Ma come bambini tremanti c’eravamo messi a nudo, strato dopo strato, bugia su bugia. Passo dopo passo. La polvere copriva tutta la stanza e aleggiava come una nuvola intorno alla lampadina dell’abat-jour, rimasta accesa sul comodino. Quando lei si addormentò presi la bottiglia e mi sedetti sulla poltrona, osservando le ombre intorno a me. Continuando in quel modo sapevo bene come sarebbe andata a finire. Una calma piatta e glaciale s’impossessò di me. Forse questa era la vita di qualcun altro. E mi venne da vomitare. Senza rendermene conto mi era sfuggito tutto di mano. Anche l’anima era volata via, attraverso il tubo di scarico del cesso. Alle volte quei brandelli di canzoni che mi suonavano nel mio orecchio interiore, mi ricordavano che ero stato un musicista. Allora il pulsare della vita mi toglieva il fiato, e avevo cucito un sogno nel mio cuore; ma adesso neanche quel sogno poteva salvarmi dal naufragio… e non era una questione di coraggio. Mi ero amputato le ali da solo, ero come un’incisione sul palmo di una mano, un falsario di me stesso. Vagavo nel buio e guardando le tenebre, avevo infranto ogni regola. Fuori soffiava un vento aspro, che alitava sulle corde della mia graffiata chitarra che se ne stava solitaria sul treppiedi di fronte a me, muta e dimessa. Soffiava sulla faccia di tutti quegli uomini scordati da Dio, sulle aste dei microfoni, e su quei dischi che avevo riposto e che non ascoltavo più. Il mondo continua a essere quel luogo dove le decisioni sono prese da pochi uomini, mentre il cinismo si è rubato tutto di noi. Anche la poesia è svanita, bruciata sotto i raggi del sole. Erano le tre del mattino e la pioggia che venne giù mi accarezzò come un bacio tiepido. Il frastuono e la confusione dominavano su tutto, e allora le lacrime mi scesero copiose sulle guance. Berlin era la nostra canzone preferita. A ciascuno il suo posto.
“Giorno e notte sento la sua pelle è sottile e bianca come latte condensato. Chiusi gli occhi e lei svanì, come la seta bruciata. E ciò che resta è stato come qualche tuono caduto. E le mie labbra sono incatenate; piene di vuoto stupore”. (Day And Night – Jim Carroll)
Alle volte le uniche cose ad avere la luce sono le stelle. Il resto sembra avvolto dalle tenebre. Dopo una gincana tra le auto dei clienti posteggiate sul marciapiede, entrai nel bar-tabacchi l’unico a quell’ora della notte ad essere ancora aperto. Dei ragazzi seduti sugli sgabelli vicino alla vetrina vestiti come Eminem, bevevano birra e ridevano.
Comprai un pacchetto di Winston, un accendino zippo, ed uscì.
Nella penombra una donna e un uomo camminavano abbracciati, poi s’infilarono nell’hotel con l’insegna bianca in fondo alla strada. Le cose che fai passano e se ne vanno, senza che tu te ne accorga, ma nessuno di noi è in grado di sapere quello che uno farà, e neanche dove andrà a finire. Il più delle volte ci passiamo sopra a questo mondo, quasi inosservati. Capita pure che un giorno ci si svegli e ci si senta traditi, e non si riesca più a trovare le parole. Senza rendersene conto, senza lotta, ci consegniamo agli eventi. Rabbrividendo. Tornai a casa e restai per un pezzo alzato, guardando fuori dalla finestra. Dopo mi distesi sul letto con la radio accesa, ascoltando il notiziario della notte. In strada non c’era più nessuno. Passava solo qualche macchina della polizia. L’ho amata con tutto me stesso, poi, all’improvviso tutto è peggiorato ed è andata via. La vita può cambiare così velocemente e in un modo repentino che in un primo tempo non ci fai neanche caso, tanto sei distratto dalla casualità dell’accaduto. In seguito ci sente storditi, e si finisce a testa in giù. Dentro una ballata rock, scura e dolente, come quelle di Lee Fardon. Era sbucato all’improvviso dalle nebbie londinesi quel ragazzo con il cuore pieno zeppo di sogni e canzoni che trovavano ispirazione in Dylan, Van Morrison, e Lou Reed. Il suo disco “Stories Of Adventure” uscito nel 1981, aveva suscitato l’attenzione di tutti quelli che si erano ritrovati per strada traballanti è fuori moda. Gente che non aveva ancora acquisito la forza della saggezza, per fermarsi in tempo prima del precipizio. In quei solchi c’era quella smania di andare a vedere i colori della notte, insieme a tutti quelli che si sentivano con le spalle al muro. Canzoni che sono come una cicatrice ruvida, che hanno il colore bluastro del livido di una brutta botta. Pochi accordi per ricamare un sound roco e struggente, accompagnato da una voce profonda e fosca, di chi guarda la sua vita andare a rotoli, ma che nello stesso tempo cerca un modo per salvarsi; e allora ti batte sul cuore con un disco fragile e forte, che racconta la sua rabbia, e la nostra malinconia. Lei mi aveva detto: “Non era così che mi aspettavo che andasseNon posso più stare con te”. Sentii la porta sbattere, nient’altro. Alle volte le cose finiscono tutte in una volta. I miei genitori non divorziarono ma era come se lo avessero fatto. Mia madre non faceva niente per non far trasparire l’odio che covava per mio padre ma il più delle volte s’ignoravano. Era stata una vita di sopportazione da parte di tutti, che aveva prodotto un accumulo di rancori e di disprezzo. Perché lo avevano fatto? Me lo sono chiesto un mucchio di volte. Ma non ho mai trovato una risposta. La mattina presto di buon ora ero seduto in cucina con una tazza fumante in mano, e me ne stavo a scrutare i pensieri. Al di là dei proclami del governo c’era molta gente senza lavoro, e le cose peggioravano di giorno in giorno. Come molti cercavo di tirare avanti arrangiandomi, ma alle volte mi frullavano cattivi pensieri
Per distogliermi accesi il computer e ascoltai una playlist musicale che mi ero fatto qualche tempo prima. The Have Nots degli X apriva le danze. Questa è la gara che è in atto mentre tu giochi. Come ci si sente ad avere la propria bottiglia di whisky accanto al bancone. Come ci si sente a giocare a carte con le cameriere, mentre loro lavorano”. Quella mattina andai a trovare la moglie del mio amico Angelo. Lo avevano arrestato dopo che una notte aveva forzato una finestra ed era entrato in un supermercato. Aveva arraffato un po’ di alimenti, riponendoli dentro una busta di plastica. Aveva preso solo quello che gli serviva, niente di più. Tremava come una foglia e non si era accorto che l’allarme era scattato. Così ad aspettarlo fuori c’era già la polizia. Il giudice lo aveva condannato ad un anno di carcere senza concedergli alcuna attenuante. La ditta di manutenzione stradale per cui lavoravamo, ci aveva licenziato insieme ad altre venti persone.
Ti mandano via e ti lasciano solo, in un mondo impassibile.
Ti umiliano e fanno sì che perdi anche quel barlume di dignità, che prima t’illuminava la vita. La giustizia deve fare il suo corso disse il giorno del processo il Pubblico Ministero. Non sissignore, non c’è giustizia per i poveri. Mai. “Concussion” di Matthew Ryan è un disco che parla di vita reale; è un vuoto grande quanto un pugno, non più grande del cuore; è il resoconto di un uomo in fuga dalla legge, un piccolo sconosciuto Nebraska. Hanno toni scuri e violenti queste canzoni, senza squarci di luce ma così profonde e liriche, che t’inchiodano al muro lasciandoti senza respiro. E’ il pulsare delle cose, il loro senso preciso; è un sogno per quello che non verrà mai ma è anche il conto alla rovescia di una vita ordinaria. Chi le canta possiede una voce che è come carta vetrata, che ti ferisce come una scarica elettrica. La pioggia cominciò a cadere riempiendo l’aria di un odore stantio, inzuppando d’acqua la città brulla. Il bar era abbastanza spazioso, appoggiai i gomiti sul bancone e ordinai del gin con ghiaccio. Il barista finì di lavare frettolosamente i bicchieri, che sistemò in fila su un canovaccio. Si asciugò le mani e mi versò da bere. Abbassai gli occhi e sorseggiai il contenuto. Da un po’ di tempo mi tremavano le mani. Era il mio stato nervoso che era molto scosso. Me lo aveva detto il medico della mutua, che lo stress mi stava sgretolando. Faccia pure pensai; tanto di qualcosa si deve pur morire. Quattro persone si sedettero a un tavolino rotondo in fondo alla sala, e presero a parlare ad alta voce. La mia abitazione era un edificio a tre piani, col tetto piatto in un quartiere popolare. Una casa piccola, insignificante. Dietro c’era un campetto di calcio in terra battuta, dove i ragazzini della zona ci passavano il pomeriggio giocando al pallone. Mentre rientravo pensai a Dora, la moglie di Angelo. Era stata contenta di vedermi, l’aveva apprezzata la mia visita. Non ci andavo spesso a trovarla, mi pareva d’importunarla. E poi non volevo che i suoi vicini pensassero chissà cosa e mettessero in giro voci che avrebbero ferito un mucchio di persone. Adesso lavorava come donna delle pulizie. Non era molto quello che guadagnava ma quanto meno riusciva a fare la spesa. Le case del vicinato erano tutte al buio. Mi sembrò di poter sentire i suoi passi e anche altri suoni che riempivano la stanza. Ma il suo calore era una cosa che non potevo cogliere più. Accesi una sigaretta e soffiai il fumo contro il vetro della finestra. Perché era successo? Non lo sapevo e non lo avrei mai saputo. Avevo pensato tante cose ma l’amore finisce. Bisogna solo farsene una ragione.
“Ma io voglio solo un indizio. Perché quando la città cade nella notte, prima dell’oscurità c’è un istante di luce. E tutto allora sembra chiaro e l’altro lato, sembra così vicino”. (City Drops Into The Night – Jim Carroll)
Fuori in strada dei ragazzi stavano spacciando eroina. Si atteggiavano da veri duri con i loro cappelli da baseball con la visiera girata all’indietro, la canottiera bianca, e i jeans che lasciavano intravedere i boxer.
Il grassone ubriaco faceva il gesto della pistola con la mano, puntandola su chiunque passasse.
Una macchina nera transitò a velocità ridotta, girò a destra e sparì. A casa del poeta Jim Carroll il televisore era appoggiato a terra e una sigaretta si stava consumando da sola nel posacenere. Regnava il cattivo odore in quell’appartamento in cui mancava l’aria. Il fetore era paragonabile a quello di un frigo sporco. Le tende e le persiane erano abbassate, e tutto era avvolto nell’oscurità. Lui stava riverso sul letto, con il laccio emostatico ancora legato al braccio.
“Ciò che ti trovi tra le mani è soltanto un altra iniezione, e ce ne sarà sempre un’altra, con soltanto un po’ meno roba della prossima”. (City Drops Into The Night – Jim Carroll)
Tutti i suoi amici erano morti, ma per lui era davvero troppo tardi per innamorarsi e anche troppo presto per morire. Avrebbe voluto un mondo senza gravità, per volare e vedere finalmente le stelle, e gli angeli dormire. Lui che era nato in una pozzanghera mentre sua madre stava in piedi, diventò un ragazzo cattolico. Quando Jim vide il mondo era peggio che incazzato. Poi decise di purificare la sua anima ma c’era sempre qualcuno nell’ombra che lo aspettava per rubargli la luce dagli occhi. Pur precipitando ha continuato a cantare, poi quando gli hanno strappato il vento dagli occhi, la città è caduta nella notte.
“Ma le stelle dicono bugie, e accecano l’unico avvertimento. E quando il buio muore, non c’è più niente”
. (Day And Night – Jim Carroll)
La paura del vuoto, si era presa una buona parte di me. Lei lo ripeteva, lo urlava, che quella era una vita da cani. Non mi sentivo di darle torto. Forse ero stato un egoista ma non ero mai stato capace di mentire, rubare, imbrogliare. Le luci del quartiere stranamente risplendevano, ed io sembravo come uno spettro dentro quella casa. L’aria della sera si fece sempre più fresca e, non so perché, cominciai a provare un po’ di risentimento verso il mondo, e anche verso me stesso. Le cose che mi circondavano presero a ondeggiarmi davanti agli occhi e in quel silenzio che mi avvolgeva ad un tratto la mia rabbia si placò. Avevo bisogno di parlare con qualcuno, di mostrarmi, di condividere quello che mi tormentava. Lei lavorava in un locale e adesso ero molto vicino a quel posto. Entrai e dentro di me sperai di trovarla. Il bar era colmo di gente, mentre mi guardavo intorno cercando i suoi occhi, bevvi un bicchiere di whiskey. Il ricordo della sua voce, delle sue carezze mi fece capire quanti errori avevo commesso solo per stare dietro alle mie ossessioni, alle mie debolezze. Tutto invece era molto semplice. Dovevo solo dirle che ero pronto che sarei stato con lei, che avremmo avuto una vita normale; che quella rabbia che provavo era svanita, che avevo delle soluzioni. L’ho sempre saputo che i miei primi piani fanno schifo, e che l’amore è qualcosa d’inafferrabile. Si rifugia sempre dove meno te lo aspetti ma quel colpo era andato a segno e faceva molto male; è il dolore che ci cambia.
In attesa della luce del giorno
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