Colonna sonora per una ferita – di Gabriele Peritore

La musica che più ricordo di quel giorno del 1992 in cui manifestammo è simile al silenzio, un silenzio strascicato. Ancora lo sento, sento il suono di quel silenzio frusciante fatto di passi sull’asfalto, di centinaia e centinaia di persone che sfilano in corteo, per le strade di Palermo. Eravamo in tanti davvero, sembrava ci fosse tutta la Città. Questo suono, il suono del calpestio, morbidamente rullante, mitemente incalzante, è rimasto dentro me come la musica di quel frammento di vita. Eppure c’erano altri suoni, altri rumori. C’erano i canti in coro, gli slogan urlati a squarciagola che rivendicavano una Sicilia libera dalla mafia, una Sicilia normale. Reclamavamo a gran voce la normalizzazione. C’erano le campane che rintoccavano a lutto. Solo le campane di alcuni preti coraggiosi delle parrocchie che toccavamo durante il nostro percorso. Solo alcuni preti coraggiosi, tanti altri non hanno aderito spaventati dalle nostre motivazioni. C’erano i lenzuoli sventolanti al soffio dello scirocco che salutavano il nostro passaggio. C’erano voci e c’erano altoparlanti e c’era il suono delle suole delle scarpe come un soffice calpestio continuo, inarrestabile. Una marcia pacifica. Sembrava che ci fosse tutta la Città, tutta la Sicilia. Eppure non c’era tutta la città. Non c’erano quelli che ancora credevano nella forza dell’antistato, quelli che in maniera molto subdola avevano servito la criminalità dall’interno dello Stato, quelli che avevano premuto il tasto del telecomando sperando ancora di detenere il comando, i sicari che avevano fatto saltare in aria il giudice Falcone, sua moglie e tutta la scorta. Che avevano sventrato un tratto enorme di autostrada, un pezzo enorme di terra. Quelli che avevano dato l’ordine di uccidere. No, loro non c’erano. O forse sì. Infiltrati tra di noi, nascosti, acquattati nell’ombra, striscianti come nella loro naturale essenza, a ridere del nostro dolore. Camminavo anch’io in mezzo alla manifestazione. Tra quelle gambe che sfilavano c’erano anche le mie gambe. Mi facevo trascinare dal flusso umano, da questo scorrere ritmico di talloni e polpacci e femori, pantoloni, pantaloncini e gonne, come quello di un fiume. Non sentivo altro. Dentro ero assordato, ancora dopo un mese, dallo scoppio di Capaci. Non perché l’avessi sentito con le mie orecchie ma perché mi sembrava assurdo. Non capivo nella mia ingenuità di giovane studente come si potesse arrivare a tanto, come si potesse semplicemente pensare di usare un quantitativo di dinamite così grande da scatenare una guerra, solo per uccidere un uomo… un uomo soltanto… e non era l’ultima vittima, non era la prima, non sarebbe stata l’ultima volta. Si sarebbero ripetuti un mese dopo per eliminare il giudice Borsellino e tutti quelli che stavano con lui. Un altro uomo pericoloso, altri uomini pericolosi. Distrutto l’uomo per distruggere il suo pensiero, distrutto la terra e distrutto il cielo. Ferite enormi al cuore della Sicilia. Non capivo come si potesse arrivare a questo viscido e gorgogliante odio e perché nella mia magmatica isola. Forse per questa sua magmatica consistenza. Mi sentivo violato nell’orgoglio di siciliano, come la mia terra bombardato. Tutto ciò mi comprimeva i pensieri. Me li sincopava. Mi faceva bene soltanto stare in mezzo a tutta quella gente che urlava a squarciagola come in un pianto corale. Quello che sentivo era lo sfilare delle gambe. Lo sfilare e il filare silenzioso come di un filo che cuciva, cuciva. Come quello di una paziente sarta accecata dalle lacrime, cuciva lembi di terra, cuciva pezzi d’asfalto. Cuciva, cuciva, frammenti di lamiere, cuciva brandelli di cielo, quadranti di pelle. Quello sfilare di gambe, come il filo di un’addolorata tessitrice, con mano tremante, cercava di richiudere la ferita e la richiudeva… la ferita, sulla carne. Non quella dentro. Non quella interiore. Quella è ancora aperta, impossibile da richiudere, e si rinnova ogni giorno, ogni anno che passa e sono passati quasi trent’anni. Basta fermarsi a riflettere un attimo per realizzare che dopo tutto questo tempo ancora non si sa la completa verità, e che probabilmente non si saprà mai quali elementi dello Stato si erano venduti all’antistato, per invidia, per collusione, per concussione o chissà quali altre lugubri farneticazioni, e che questi loschi affari ancora continuano. Ancora esistono queste alleanze segrete di comodo che possono decidere sulla vita e sulla morte di una persona, di un popolo, di un intero Paese. Ogni volta che ci penso mi risale lo stesso senso di impotenza, la stessa esplosione nel cuore, le stesse lacrime brucianti. Non siamo niente… Nenti ammiscatu cu nuddu. Il mio organismo cerca antidoti come quelli forniti dai preti coraggiosi che avevano provato ad educare. Eliminati anche loro, i preti coraggiosi, anche loro uomini pericolosi. Avevano provato ad educare. Avevano provato a fornire un’alternativa. Questa l’unica possibilità. Non la violenza. Non la morte. La vita. Vorrei che la colonna sonora di quel giorno, quello sfilare di gambe, fosse il suono di una penna che scorre sulla carta e scrive: “La Sicilia non è la terra della mafia”. Penso che avesse ragione Gesualdo Bufalino quando affermava che la lotta alla malavita organizzata doveva partire dalle scuole elementari con l’esempio dei maestri e delle maestre. Vorrei sentire il suono strascicato e silenzioso della penna di un esercito di bambini che scrive: “La Sicilia non è la terra della mafia”… “La Sicilia non è la terra della mafia”. Soltanto in quel caso la ferita potrebbe incominciare a chiudersi. A cicatrizzare come deve. Che quelle cicatrici al tatto traccino la nuova geografia del sogno di libertà

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