Coldplay: “Paradise” (2011) – di Matilde Marcuzzo

“Pioveva la sua vita, davanti ai suoi occhi, spettacolo quieto”Fiona lesse con accuratezza la frase. Madida di sudore, mosse qualche ciocca di capelli via dalla fronte, si stropicciò gli occhi e li chiuse appoggiandosi alla vecchia balaustra di legno consumato di casa Kindall. Quante notti, invece di prender sonno aveva passato ad assaporare le pagine di quel libro? Infinite. Baricco era un autore che le faceva simpatia e “Seta” era stato il romanzo che le aveva dato, se non una risposta, un barlume di ispirazione per tutte le sue domande irrisolte. Quanti interrogativi si era posta prima di partire per lo Zimbabwe con la carovana circense di Luis Kindall, il re polivalente degli spettacoli itineranti di un circo davvero stravagante? Non avrebbe saputo rispondere. Anche Luis era stravagante ovviamente. Una presenza di un metro e 85, un viso spigoloso e austero come un quadro dipinto del secolo scorso, sebbene fosse un sudafricano nato da genitori irlandesi. Aprì gli occhi e lo vide apparire da lontano, vicino al gruppo di giocolieri che si sarebbe dovuto esibire quella sera a Hwange, nei territori confinanti col National Park, regno di elefanti e bufali. Parlava e gesticolava ma a Fiona pareva proprio lui stesse cantando messa. Quando Luis parlava con qualcuno, non poteva fare a meno di sfoggiare il lato di gelida imposizione delle cose o degli eventi, come se chi gli fosse davanti non contava, o non avrebbe secondo il suo buffo cipiglio, dovuto provare nessuna emozione, nessuna paura, nessun dubbio, né esitazione. Cosi era stato per lei; Luis era un vecchio amico di suo fratello Anthony e, quando le era piombato davanti casa a Brighton per convincerla a partire con lui, le aveva fatto un discorsetto da “La vita va avanti, datti una mossa e via!”
Quella volta si era davvero seccata e innervosita ma adesso, osservandolo oltre il cortile, Fiona quasi sorrideva. Il cielo era offuscato, con piccoli superstiti spruzzi di azzurro ancora qua e là. Non pioveva da tantissime settimane, era in Sudafrica da quasi tre mesi e le uniche gocce che aveva visto erano quelle rimaste appiccicate sulle sue guance durante i suoi primi giorni a Hwange. Ora non lo faceva più! Fiona aveva imparato a far di conto tra i vari calcoli della vita. A volte il risultato non era esatto però lei sapeva finalmente che era il ciclo non perfetto dell’esistenza. Come nel libro, la vita pioveva davanti ai suoi occhi, in silenzio… e lei doveva accettarla mettendo in modalità “mute” le sue perplessità e le sue sofferenze. Fiona, trentenne equilibrista di circo dall’età di sette anni, era stata avviata all’arte circense dai genitori, domatori di leoni della compagnia Swift di Londra. Avevano domato anche lei – che sognava di fare la principessa – il dottore e l’amica degli animali e di salvarli entrambi. Si, perché lei voleva salvare sia i poveri animaletti prigionieri e sfruttati ma, anche i suoi genitori, frustrati da una quotidianità schiava e oppressa da un lavoro che secondo la sua morale era a dir poco da orrore. Improvvisamente arrivò una musica dalla veranda sul retro… When she was just a girl / She expected the world / But it flew away from her reach / And bullets catch in her teeth”e allora la sua mente fece un lungo viaggio, tornò di prepotenza al 2009.
Sentì la voce di sua madre che la chiamava dall’atrio: “Sbrigati Fiona o faremo tardi”. Era un mite pomeriggio d’aprile, si stavano preparando per lo spettacolo che si sarebbe tenuto quella sera stessa in città come tutte le domeniche. Fiona rovistava come una folle nell’armadio, non trovava la gonnella rossa di scena regalatale da sua nonna per il suo ventesimo compleanno. Quando finalmente la vide spuntare in fondo ad una pila di maglioni, la tirò fuori di scatto e la indossò. Era abbastanza nervosa, lo era ogni volta che doveva esibirsi. Pian piano, nel corso del tempo, si era abituata alla routine circense ed era diventata piuttosto brava sul trapezio. Da piccola, i suoi genitori, per impararle a stare in equilibrio, le facevano percorrere, un piede sull’altro, una lunga tavoletta dalla larghezza davvero ridotta, su un percorso costruito nel giardino di casa. Quante volte era caduta, tra le lacrime e gli isterismi incomprensibili di chi avrebbe voluto tanto passare il tempo a pettinare bambole di porcellana e prendere té finto nel loro salotto in miniatura. Quante altre aveva sognato, appena adolescente, di poter andare a studiare medicina e incontrare l’uomo della sua vita. Una costellazione di ore nomadi e di viaggi su e giù per la provincia non le aveva mai permesso di agognare aspettative simili… So she ran away in her sleep”Sarebbe stata una serata importante, suo padre sapeva che tra il pubblico ci sarebbe stato un impresario notevole del Cirque d’Hiver Buglione di Parigi e voleva che Fiona desse il meglio di sé. Monsieur Leclat stava cercando nuovi volti, il signor Brown lo sapeva e sperava Fiona fosse scelta. Ricordava a memoria le scene del film preferito di suo padre con il quale era stata svezzata all’arte da trapezista. “Trapeze”, pellicola con Gina Lollobrigida e Burt Lancaster, ambientata proprio nel Cirque d’Hiver. Lo spettacolo domenicale fu un successo sino ad un determinato attimo di suspance e terrore: Fiona era stata uno splendore, una magnifica stella rossa che volteggiava in equilibrio sulle teste di molta gente. Sul quel filo, col cuore in alto, lei fece il suo dovere, leggera, tra gli applausi e il sudore, teneva la testa appesantita dalla immagini di poche ore prima, in auto, quando nel tragitto ebbe un brutto litigio con i suoi sulla questione “Futuro”. Lei sognava la libertà e suo padre le disse che a tanti metri da terra lei ce l’aveva tutte le volte la libertà. Anzi, era quasi come sfiorare il paradiso“And dreamed of para-para-paradise / Para-para-paradise / Para-para-paradise / Every time she closed her eyes”
Aveva provato a cercarlo quel paradiso, a chiudere quasi gli occhi per un istante e sentire l’aria portarla via, lontana dalle luci e dagli occhi pretenziosi del pubblico. Fu quello il momento in cui, nonostante la protezione della rete sotto di lei, cadde rovinosamente finendoci sopra ma, sul limite di recinzione. La violenza dell’impatto la fece sbalzare all’esterno, sul pavimento. La rete le aveva salvato la vita però la sua gamba destra era spezzata “Life goes on / It gets so heavy / The wheel breaks the butterfly”. La guardava con rabbia e dolore, inerme sullo sfondo gommato di nero del suolo. Ci volle molto tempo prima che la sua gamba guarisse e che suo padre smettesse di avere quell’espressione che, assieme ad un senso di preoccupazione, sembrava portare il deludente messaggio criptato “un grosso peccato per la mancata opportunità di Monsieur Leclat!”.
La vita andava avanti, Fiona l’aveva trascinata con sé, aveva raccolto la sua ala spezzata e aveva sopportato i giorni quasi vivendoli, anche lei con le colpe di chi aveva dato un smacco di fallimento al suo mestiere, quando ne avrebbe tanto desiderato un altro. Era di nuovo a Hwange. La musica c’era ancora…
Away she flied / And dreamed of para-para-paradise, / Para-para-paradise”. In quella quiete africana, dove il sole diventa color dell’oro che brucia tra le fiamme prima di essere ingoiato dall’orizzonte, come poteva Fiona non sognare ancora il paradiso? Come poteva non aspettare il nuovo giorno, in equilibrio sulla vita, sui suoi sentimenti e le sue aspettative che, solo ora, si accorgevano di essere in pace con una nuova Fiona“She’d say, “oh, ohohohoh I know the sun must set to rise / This could be Para-para-paradise”… quella musica era Paradise, singolo del gruppo britannico Coldplay, pubblicato nel 2011 come secondo estratto del loro quinto album, Mylo Xyloto” che parlava proprio di sogni e aspettative rimaste deluse dalla vita stessa. A quel punto, Fiona si poteva ritenere ancora delusa dai suoi sogni? Quelle parole l’avevano fatta riflettere. Un disco fresco, genuino che, attraverso la voce di Chris Martin, quasi consolava.
Lasciò la balaustra, Luis non era più dove lo aveva lasciato. Tirando su la gonna di pizzo bianco da un lato, risalì il cortile e raggiunse la veranda. Miriam, la figlia nata dal primo matrimonio di Luis, giocherellava stesa sul divanetto in vimini col cellulare in mano.  Era da li che proveniva il suono: “Ciao Fi, Martin è proprio un figo!” le disse sospirando con un sorriso accogliente. Fiona rise forte. Miriam aveva solo 12 anni ma, anche 
precoci gusti “d.o.c.” in fatto di uomini. Si sedette accanto a lei e rimase ad osservarla mentre canticchiava le ultime strofe. Tante cose erano accadute in quei mesi. Ora era una persona non più abbandonata a se stessa. Quando Luis la trascinò via dal suo appartamento espiatore di brutti pensieri e colpevolezze, lei quasi lo prese in odio.
Era sola, da qualche anno, i suoi erano morti in un incidente stradale, la sua carriera universitaria iniziata qualche tempo dopo la caduta, interrotta. Il ragazzo che frequentava, trasferito in Italia, dietro una mezza sciocca che faceva la reporter per una casa di moda. La sua gamba, dolente e malandata per le continue assenze alle sedute di fisioterapia nel corso degli anni. Fatto il suo ingresso in Sudafrica, Fiona aveva iniziato un percorso di rinascita. Luis, nonostante i suoi modi burberi, le aveva dimostrato che la vita è ciò che noi sogniamo. Il sogno è un desiderio dell’inconscio in cui credere. Non è vero che i sogni svaniscono al sorgere del sole. Bastava credere… e la signorina Brown, la trapezista mancata del Cirque d’Hiver, aveva sognato e creduto, tra la savana e il palco di Luis, fatto solo di circensi giocolieri, pagliacci e trapezisti che portavano allegria e arte nelle zone più remote dell’Africa. Luis le aveva insegnato a stare di nuovo in equilibrio, a tendere i piedi sul filo dell’esistenza che era sempre stato parte di lei. Le aveva dato la scintilla giusta per accendere il fuoco del perdono per se stessa e per i suoi genitori. Grazie a l’erede dei Kindall, Fiona aveva accettato la morte, riuscendo a ricordare con amore chi l’aveva messa al mondo, senza più immaginare visioni familiari come torture di animali. Erano immagini forti che aveva frainteso sin da bambina e Luis le aveva fatto capire che ognuno ha la sua vocazione e deve seguirla, nel male o nel bene che essa sia… e Fiona lo fece, seguì i libri di medicina di nuovo, nella vicina università. Qualcuno le posò una mano sulla spalla distogliendola dai pensieri. Si volse a guardare il nuovo sopraggiunto all’altezza dei suoi capelli liberi sulla schiena. Aveva un volto spigoloso e austero come un quadro dipinto del secolo scorso… era arrivato il suo paradiso… “This could be / Para-para-paradise / Oh oh… / Ooh”

When she was just a girl, / She expected the world, /
But it flew away from her reach, / So she ran away in her sleep.
And dreamed of para-para-paradise, / Para-para-paradise,
Para-para-paradise, / Every time she closed her eyes.
Ooh
When she was just a girl, / She expected the world,
But it flew away from her reach, / And bullets catch in her teeth.
Life goes on, / It gets so heavy, / The wheel breaks the butterfly.
Every tear, a waterfall. / In the night, the stormy night,
She closed her eyes. / In the night, the stormy night, / Away she flied.
And dreamed of para-para-paradise, / Para-para-paradise,
Para-para-paradise, / Whoa ooh.
She dreamed of para-para-paradise, / Para-para-paradise,
Para-para-paradise, / Whoa ooh.
And so lying underneath those stormy skies
She’d say, “oh, ohohohoh I know the sun must set to rise”.
This could be / Para-para-paradise
Para-para-paradise / Para-para-paradise Oh oh…
This could be / Para-para-paradise
Para-para-paradise / This could be
Para-para-paradise / Oh oh…
This could be / Para-para-paradise
Para-para-paradise / This could be
Para-para-paradise Oh oh…
Ooh.

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