Cody Jinks: “Lifers” (2018) – di Claudio Trezzani

Ormai negli Stati Uniti il filone dei nuovi eroi dell’Outlaw Country è talmente affollato che ci si perde e non tutti sono veri. Alcuni si sono convertiti proprio per il successo e la visibilità che hanno avuto dopo il ciclone-Stapleton che ha acceso i riflettori su un modo di vivere e fare musica, storytelleling della vita dei lavoratori, dei cowboys e della polvere del deserto soprattutto del Texas. Ecco, Cody Jinks, un ex chitarrista e cantante di una band heavy metal (dal 1998 al 2003), è probabilmente uno di quelli che può sventolare la bandiera dell’Outlaw Country più fieramente… uno vero, di quelli che i fan hanno mitizzato, a ragione aggiungiamo. Non ha iniziato a fare country per i soldi ma perché era cresciuto con quella musica, nativo di Denton nel Texas, dove è uno stile di vita. “Lifers” è il suo primo disco per la Rounder Records, e segue quello che finora è stato il suo disco di più successo, I’m Not The Devil” (un successo incredibile per un artista indipendente dalle parti di Nashville), dopo cinque dischi splendidi ma autoprodotti e probabilmente molto grezzi, anche se possedevano un carattere innegabile. Possiamo dire con certezza che questo è il suo lavoro più completo, con un suono perfetto, una produzione all’altezza e, soprattutto, zeppo di canzoni che diventeranno classici del country d’autore. Non ci sono pezzi che abbassano la qualità… un lavoro che per bellezza è sicuramente pari ai lavori di Chris Stapleton… due “barbe” fuorilegge dal talento assoluto. Ascoltiamo il testo vagamente autobiografico della title track, una canzone malinconica sulle difficoltà del raggiungere il “sogno americano” ma sempre con dignità… un pezzo splendido con un fantastico lavoro di steel guitar e un suono grintoso che la voce di Jinks arricchisce in maniera decisiva. Must Be The Whiskey è un bellissimo brano che si apre con la tastiera, un testo in cui si cerca di trovare le ragioni di una vita dura, forse affidandosi alle risposte sbagliate… un incedere quasi southern e la sua voce profonda e potente è sempre la ciliegina sulla torta. Superbo il lavoro della steel guitar, come in tutto il disco. Una canzone che si ispira ai lavori di Wille Nelson è Somewhere Between I Love You And I’m Leavin’, con quel suo clima malinconico e quel suo testo di un amore al capolinea“ti amo e me ne vado”. Un affresco. C’è spazio anche per l’honky-tonk… Big Last Name sembra uscita da un concerto dal vivo al Billy Bob’s Texas a Fort Worth… provate a stare fermi. Divertente e credibile. La polvere del deserto soffiata dal vento pare uscire dalle casse quando inizia la successiva Desert Wind, un pezzo tipico non particolarmente originale… ma suonato e cantato alla grande. Un vento del deserto a cui l’autore chiede di portarlo a casa… in una cavalcata solitaria verso gli affetti. Ancora country con sterzate honky-tonk in Can’t Quit Enough, dove Cody Jinks afferma e suona con orgoglio e ironia la sua ormai consolidata identità artistica… i suoi fans adoranti non vedranno l’ora di ballarla dal vivo. Sul finale c’è spazio per due stupende ballad: una acustica che appare molto autobiografica, Stranger… un uomo che si accorge di quanto la vita sia passata veloce guardandosi allo specchio e l’altra, Head Case, con una intro triste ma che poi, grazie al suono della steel, si apre in un pezzo quasi solare… mentre il testo parla di malattia e mortalità… ma sempre senza arrendersi. Forse i due pezzi più intensi. Cody Jinks ci regala un disco di outlaw country davvero senza punti deboli… un artista conscio dei propri mezzi e sicuro del suo sound, della sua stupenda voce e con un’abilità lirica invidiabile. Sconosciuto purtroppo alle nostre latitudini, sarebbe un peccato non scoprirlo, soprattutto se amate la buona musica, quella vera e polverosa. Buon ascolto. 5

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