Cocteau Twins: sogno e poesia – di Fabrizio Medori

Gli anni 80 sono ricordati troppo spesso per uno stile musicale che non rappresenta le migliori produzioni del decennio. Chi pensa che la cosa si sia risolta in un’invasione senza senso di synt e drum machines, in un tripudio di video insulsi e pettinature improbabili non ha fatto i conti con una nutrita schiera di dischi che vale la pena riascoltare. Molto spesso, a margine del mercato milionario, si sono sviluppate realtà artistiche di livello molto elevato. Altrettanto spesso il fatto che non abbiano avuto un grande successo commerciale ci conferma il livello qualitativo delle proposte prese in esame, pur non essendo un requisito sufficiente a darci garanzie. All’inizio del decennio, in Scozia, tre ragazzi iniziarono a suonare insieme, ispirati dalla nascente scena new wave. I loro punti di riferimento erano i Joy Division, i Sex Pistol e, soprattutto, Siouxsie and the Banshees, con i quali avevano in comune il fatto di affidare le parti vocali ad una cantante. All’inizio l’influenza di Siouxsie fu molto forte e condizionante ed il loro primo lp, “Garlands”, pubblicato dalla 4AD nel 1982 ne è la riprova. I Cocteau Twins erano formati all’epoca dai due leaders (Elizabeth Fraser e il geniale e raffinato chitarrista Robin Guthrie) e dal bassista Will Heggie, che lascerà il gruppo poco dopo. Già dall’ascolto del primo lavoro e dei primi ep si può, con un po’ di fatica, intravedere la maturazione dello stile del gruppo, che inizierà concretamente con il disco dell’anno seguente, “Head Over Heels”, nel quale i due superstiti, da soli, costruiranno un suono assolutamente originale, nel quale batteria elettronica, chitarre elettriche (anche se distorte), basso e synt, avranno sempre un suono delicato, spesso etereo, perfetto veicolo per gli arpeggi di Guthrie e per le melodie affascinanti di Liz. La cantante è sicuramente l’elemento di spicco del gruppo, la sua voce riesce ad interpretare e a trasmettere all’ascoltatore una serie pressoché infinita di sensazioni e stati d’animo differenti, passando dalla cantilena infantile all’impostazione tipica del soprano inglese, dal timbro più legato al folk all’urlo di matrice punk. La produzione di Guthrie riesce a rendere perfettamente tutte le sottili sfumature delle canzoni, e sale l’ultimo gradino verso il periodo più fortunato per la band. Dopo la partecipazione ad un fondamentale progetto di Ivo Watt-Russell, boss della loro etichetta, denominato “This Mortal Coil”, nel quale interpreteranno la cover di Song to the Siren di Tim Buckley, i Cocteau Twins inseriscono nel gruppo il bassista Simon Raymonde, conosciuto nel 1983, in occasione delle registrazioni di “It’ll End in Tears”. Il lavoro del 1984, “Treasure”, è probabilmente l’apice della loro parabola creativa e raggiunge un livello espressivo eccezionale, sviluppando al massimo l’originalità del progetto. Ho avuto la fortuna di assistere ad un loro concerto, all’epoca e, nonostante problemi tecnici e una fastidiosa indisposizione alla gola, che limitarono la durata dello spettacolo e l’espressività della cantante, posso tranquillamente affermare di aver partecipato ad un evento unico, carico di emozioni e suggestioni straordinarie. La cosa che rendeva unico il loro timbro era il perfetto equilibrio tra il suono, reso irreale da un sapiente dosaggio degli effetti e la bellezza delle canzoni, delicate e sognanti senza mai essere melense né stucchevoli. La momentanea indisponibilità di Raymonde non gli permise di partecipare alla realizzazione del quarto lp, “Victorialand” del 1986, nel quale Robin Guthrie inserisce molti suoni acustici, e che si rivela un altro grande successo (artistico e di critica… certamente non commerciale). Il rientro di Simon Raymonde, e siamo ancora nel 1986, coincide con l’uscita di un altro lp, “The Moon and the Melodies”, che vede il gruppo affiancato dal compositore americano Harold Budd, tanto che il disco esce a nome di Budd, Raymonde, Guthrie e Fraser. Nel 1988 fu il turno di “Blue Bell Knoll”, disco nato come tentativo di cogliere il successo negli Stati Uniti e che, insieme al successivo “Heaven or Las Vegas” del 1990, diede al gruppo un minimo di notorietà in più, ma nel Regno Unito. La rottura definitiva con la 4AD portò il gruppo ad interrompere del tutto la propria vena sperimentale, che negli anni si era progressivamente affievolita e l’ascolto del disco del 1993, “Four-Calendar Cafè” è la testimonianza di questa inversione di rotta artistica. Nonostante il tentativo di fare marcia indietro di “Milk and Kisses”, del 1996, le cose continuarono a peggiorare e Touch Upon Touch, brano dello stesso anno, fu il canto del cigno di un gruppo che ebbe il coraggio di imporre una sua personalissima chiave interpretativa per il nuovo sound inglese degli anni 80.

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3 pensieri riguardo “Cocteau Twins: sogno e poesia – di Fabrizio Medori

  • maggio 12, 2017 in 7:34 am
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    Gli anni ottanta ( ai fatto bene a ricordarlo) sono stati fertili e grandiosi di rock’n’roll, chi ne parla male è solo perché o non c’era, o troppo radical chic per sporcarsi le mani nell’underground.

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  • maggio 20, 2017 in 1:30 pm
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    Vado verso i miei 51 anni, ho ascoltato e amato migliaia di gruppi da quando ero adolescente. A tutt’oggi i Cocteau Twins rimangono il mio gruppo preferito.
    Robin, Elizabeth, Will, Simon, thank you.

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  • maggio 21, 2017 in 10:08 am
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    I vostri commenti sono la risposta alla domanda: “perchè scrivi?” che spesso mi sono fatto. Sono felice di poter suggerire ascolti fondamentali, soprattutto a chi non ha avuto la possibilità di conoscere alcuni capolavori ingiustamente dimenticati.

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